Per chi non ha voglia di leggere il romanzo, per chi lo leggerà ma per ora vuol conoscere soltanto Jun, eccovela. Quella "vera", curioso dirlo di un personaggio fittizio, ma mi sono appropriata di Jun da così tanto tempo che è diventata più reale di me. Se ho preso in prestito il suo nome è perchè spero di avere qualcosa di lei, so di avere qualcosa di lei, e spero un giorno di andarmene via con un libro, che mi porti lontano. Vi omaggio di qualche brano. Quando vi sembra che il mio paragone sia presuntuoso, avete perfettamente ragione, e infatti essere Jun è un’aspirazione, più che una realtà, e il parallelo che mi sono tracciata da sola è poco inerente alla bellezza fisica. Essere come lei sarebbe troppo. Per questo sono innamorata di lei.

 Questa è la sua prima apparizione nel romanzo:

 “Allora, solo allora, Jun Rail sollevò il capo dallo scrittoio e girò lo sguardo verso la porta chiusa. Jun Rail. Il volto di Jun Rail. Quando le donne di Quinnipack si guardavano allo specchio pensavano al volto di Jun Rail. Quando gli uomini di Quinnipak guardavano le loro donne pensavano al volto di Jun Rail. I capelli, gli zigomi, la pelle bianchissima, la piega degli occhi di Jun Rail. Ma più di ogni altra cosa – sia che ridesse o urlasse o tacesse o semplicemente stesse lì, come ad aspettare – la bocca di Jun Rail. La bocca di Jun Rail non ti lasciava in pace. Ti trapanava la fantasia, semplicemente. Ti impiastricciava i pensieri. Un giorno Dio disegnò la bocca di Jun Rail. E’ lì che gli venne quell’idea stramba del peccato.”

 Questa scena invece, per chi vorrà leggere il libro, è un po’ uno spoiler, vi rovina il gusto delle scoperte; allo stesso modo se avete problemi con le scene di sesso, potrà sembrarvi scottante. Fate voi. Se contate di leggere il romanzo, fermatevi qui.

 “ Jun incominciò a sciogliergli il foulard rosso che teneva intorno al collo, e poi gli aprì la giacca e a uno a uno i bottoni del gilet scuro, iniziando dal più basso e poi venendo su, lentamente, fino a quello più alto che seppur rimasto solo a difendere l’indifendibile pur tuttavia resistette un istante, giusto un istante, prima di cedere, in silenzio, proprio mentre il signor Rail si chinava verso il volto di Jun per dire – ma era quasi un pregare

           Ascoltami Jun… guardami e chiedimi quello che vuoi…

 Ma Jun non disse nulla. Semplicemente, senza che un solo angolo del suo volto si muovesse, e assolutamente in silenzio, iniziò a piangere, in quel modo che è un modo bellissimo, un segreto di pochi, piangono solo con gli occhi, come bicchieri pieni fino all’orlo di tristezza, e impassibili mentre quella goccia di troppo alla fine li vince e scivola giù dai bordi, seguita poi da mille altre, e immobili se ne stanno lì mentre gli cola addosso la loro minuta disfatta. Così piangeva, Jun. E non smise mai, nemmeno per un attimo, mentre le sue mani spogliavano il signor Rail, e nemmeno dopo, a vederlo nudo sotto di sè e a baciarlo ovunque, non smise mai, continuò a sciogliere il grumo della propria tristezza in quelle lacrime immobili e silenziose – non ci sono lacrime più belle – mentre stringeva fra le mani il sesso del signor Rail e lentamente passava le labbra su quella pelle liscia e incredibile – non c’erano labbra più belle – e piangeva, in quel suo modo invincibile, quando aprì le gambe e in un istante, un pò con rabbia, prese il sesso del signor Rail dentro di sè, e dunque, in un certo modo, tutto il signor Rail dentro di sè, e puntando le braccia sul letto, guardando dall’alto il volto dell’uomo che era andato dall’altra parte del mondo a scopare una donna bellissima e negra, a scoparla con così appassionata esattezza da lasciarle un bambino nel ventre, guardando quel volto che la guardava prese a rigirare dentro di sè la vinta resistenza che era il sesso del signor Rail, a rigirarlo e domarlo perdutamente, perchè entrasse ovunque, dentro di lei, e ritmicamente scivolasse nella follia, mai smettendo di piangere – se quello lo si può chiamare semplicemente piangere – eppure con sottile e sempre maggiore violenza, e furore forse, mentre il signor Rail le piantava le mani nei fianchi, nell’inutile e falso tentativo di fermare quella donna che si era presa ormai il suo cazzo e con movimenti ciechi ormai strappato dalla mente tutto ciò che non era l’elementare pretesa di godere ancora, e ancora di più. E non smise di piangere – e di tacere – di piangere e di tacere, nemmeno quando lo vide, l’uomo che era sotto di lei, chiudere gli occhi non veder più niente, e lo sentì, l’uomo che aveva dentro, venire tra le sue cosce piantandole istericamente il cazzo nelle viscere in quella specie di percossa intima e indecifrabile che lei aveva imparato ad amare come nessun altro dolore.

 Solo dopo – dopo – mentre il signor Rail la guardava nella penombra e accarezzandola ripassava il proprio stupore, Jun disse

 – Ti prego, non dirlo a nessuno. […] Ti prego, non dirlo a nessuno che ho pianto.”

 Altre piccole perle di Jun:

 “E allora lei rise, era la prima volta che la vedevo ridere, e tu lo sai bene, Andersson, com’è Jun quando ride, non è che uno può star lì e far finta di niente, se c’è Jun che gli ride lì davanti è chiaro che uno finisce per pensare se io non bacio questa donna impazzirò.”

 “Sai, ogni tanto penso… forse Jun è così bella perché ha addosso il suo destino, limpido e semplice. Dev’essere una cosa che ti rende speciale. Lei ce l’ha.”

 "E’ Jun.
E’ Jun che se ne va.
Ha un libro, in mano, che la sta portando lontano.”

 “Jun alzò lo sguardo dal libro. Davanti c’erano chilometri di colline e poi una scogliera e poi il mare e poi una spiaggia e poi un bosco dopo l’altro e poi una lunga pianura e poi una strada e poi Quinnipak e poi la casa del signor Rail e dentro il signor Rail.
Chiuse il libro.”

  Voi, se volete, apritelo.

 

  

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