Mangio semi di zucca, bevo succo d’albicocca denso e freddo dalla bottiglia, l’aria è fresca e la cicala che stamane si sgolava ora probabilmente è soccombuta alla pioggia. Io ho riesumato la vestaglia felpata con gli orsacchiotti e faccio le fusa per il calduccio.

 

Ho lo zainone. L’ho comprato ieri mattina socializzando col commesso simpatico e l’ho solennemente battezzato Govinda, come l’amico servitore di Siddharta che nell’ottica di Hesse rappresenta il mondo occidentale che si sforza di capire le filosofie orientali con criteri razionali e ovviamente fallisce. E’ quello che il mio zaino deve fare. Restare uguale a se stesso, contenere le mie cose, rappresentare la corda che mi lega all’occidente e a casa, mentre mi lancio da un ponte verso questo calderone di spezie e di tempo sospeso.

 

Il cibo il sesso i libri i sogni che faccio di notte. Non necessariamente in quest’ordine.

 Non mi serve altro, una serenità inquietante mi si legge in faccia, sono pacifica, silenziosa, peso più di quanto abbia mai pesato nella mia giovane vita, sono morbida, la pelle è distesa e i pensieri spaziano lontano. Assente e già altrove, e torno al mondo solo per godere delle cose di cui sopra.

 Mi sveglia il sole baciandomi gli occhi, infilandosi in quelle quattro file di fori nella persiana che non si chiudono, alle 8 di ogni giorno, domeniche comprese, se prima di lui non ci hanno già pensato i cuccioli più casinari e affamati del globo terracqueo. Mi sveglio, mi stiro, cerco a tentoni il libro a terra di fianco al letto, leggo, mi lascio avvolgere di nuovo dal delizioso torpore, mi cade il libro dalle mani e di nuovo dormo e ricomincio a sognare.

Sogno di una ragazza con la pelle bianchissima, gli occhi e i capelli neri e un’espressione inquietante che mi abbraccia, ma come sempre nei miei sogni, arriva qualcuno ad interrompere.
Sogno un banco di pesci di mille tipi e un cuoco giapponese che li taglia a mezz’aria veloce come Gaemon.
Sogno A. che viene in camera mia e toglie tutti i suoi quadri dalle pareti, sostituendoli con altri orribili da mercatino.
Sogno un lago azzurro dietro casa mia, ma quando mi decido a farci il bagno e metto il costume, il lago scompare e al posto suo c’è il recinto dei cuccioli, e la femmina parla con voce da bambina e piagnucola "Fateci uscire!".
Sogno di restare incantata guardando un tramonto all’orizzonte con uno stormo di uccelli scarlatti. Al risveglio so che quell’immagine somigliava a questa foto (by Lucalix):

Mi sveglio, mangio, continuo a leggere e partecipo ad un matrimonio in un kibbutz in Israele, e torno a Gerusalemme in moto tenendomi stretta a Benjamin, medico tornato da poco da un imprevisto viaggio in India. Guardo il deserto, sento il vento in faccia e l’odore del giubbotto di pelle.

 

Chiudo il libro ed esco a cancellare un brutto pensiero seppellendolo sotto uno più bello, la mia gonna lunga di lino fruscia e le ciabattine indiane brillano sotto l’orlo, parlo parlo parlo, e tu parli più di me e invidi il mio viaggio e ascolti e parli e sei bello e io vorrei avere una macchina fotografica per fermare la luce che ti investe di profilo illuminandoti la pupilla e poi finalmente taci e io volo. E inizia a piovere con un suono gentile e atavico, lo sento vicino dalle finestre aperte.

 Guido verso casa leggera leggera e costeggiando le torri, davanti a me appare una nuvola da sfondo del desktop, sono quasi le otto e il sole cala lì dietro, in un trionfo di rosa e azzurri e giallo, la nuvola ha un orlo che brilla come una fila di diamanti e penso al proverbio inglese "Every cloud has a silver lining" che sta più o meno per "Non tutto il male viene per nuocere", ma con molta più poesia.

 L’India è più vicina di un giorno e io annuso già il cumino e lo zenzero.

 Vado a sognare ancora.

 

 

 

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