Mi spiego finalmente l’uso dialettale anomalo che si fa di un termine italiano dalle mie parti. L’ambasciata, in dialetto la ‘mmasciate, indica la faccenda, l’incombenza, il lavoro, la fatica.

 Cronaca di una ‘mmasciata in ambasciata.

 Sveglia alle 5. Eh già perché bisogna stare a prendere il fottuto numeretto tra le 9 e le 9.30, e che importa se chi viene da fuori deve svegliarsi all’alba o pernottare a Roma. Cosa comunque proibitiva visto che l’ufficio è aperto come tutti gli uffici in orario d’ufficio, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 12, e se anche tu disgraziatamente fai orario d’ufficio, ecco che sei costretta a prenderti una giornata di permesso per la spedizione punitiva.

 Inizio del viaggio in macchina, alle 5.30 soltanto noi e i camionisti, e gli Iron Maiden nel lettore cd perché bisogna pure tenersi svegli. Offro un limone all’inventore dell’aria condizionata se non è già morto.

 Km e km di autostrada e finalmente la capitale. I guai iniziano qui perché le strade di Roma sono l’inferno dell’automobilista non autoctono, che fatica a socializzare con l’anarchia delle corsie e coi selvaggi esasperanti sensi unici, e quando stai cercando di leggere i cartelli per uscire al punto giusto dalla tangenziale, la velocità a cui sei costretto ad andare dalla corrente cieca, di solito non ti permette di uscire tempestivamente, per cui TRAC devi uscire alla prossima. Una volta dentro le tentacolari viuzze, causa l’esasperazione e il ritardo, la nostra Jun molla una cartina e l’indirizzo dell’ambasciata in macchina di Davide, apre al volo la portiera e scende. Le ciabattine indiane ticchettano sul marciapiede, la cartina piegata alla meno peggio, sfreccio tra i turisti, è tardissimo, chiedo – quasi senza fermarmi – conferme del mio percorso a qualche poliziotto dallo sguardo “sonongranfigoperchèquannofiniscoilturnononsefamoungiroahò?”.

 A piedi in 5 minuti con passo da militare in parata vedo da lontano la mia America: la bandiera dell’India. Mi infilo nel vicoletto, scendo gli scalini in uno stretto seminterrato, prendo il numeretto come un ciclista afferra la bottiglia d’acqua e finalmente mi rilasso. Esco di nuovo fuori, mancano circa cinquanta numeri al mio turno. Telefono a Davide che intanto ha precariamente parcheggiato in piazza della Repubblica, mi siedo per terra vicino a mamma e pupi indiani e mi accendo una sigaretta. Io porto ciabattine indiane con abbigliamento occidentale, lei porta sandali della Nike sotto un salwar kameez. Ironia. Spengo la sigaretta e torno nella stanza male illuminata. Piccolo antipasto d’India: già mi incanto ad osservare le facce scure, gli occhi neri, i capelli scuri, mi incanto persino ad avvertire il caldo, vagamente alleviato da un ventilatore a pale sul soffitto. Sprofondo in una poltroncina e mi immergo nella lettura di Duchaussois, che dall’India ora sta passando in Nepal, nel suo viaggio nel viaggio, tra le sue droghe e i suoi pensieri. Nel frattempo colgo con la coda dell’occhio un bel giovine che sta leggendo un romanzo in inglese alla mia sinistra e mi saetta sguardi.

 Leggo metà libro e finalmente arriva il mio turno.

 Sorridente come una cinquenne col gelato sbatto allo sportello le due buste delle meraviglie con dentro tutto, modulo compilato a mano con miniature medievali e carattere Times New Roman, mirabili fotine dei due folli in partenza, cinquantone + cinquantone per i rugginosi cardini della burocrazia, passaporti in ordine. Il burocrate se ne frega del mio sorrisone e mi intima di aprire le buste. Mi si spegne impercettibilmente il sorriso, eseguo. Legge la provenienza di Luca e si incupisce. “Sa che non potrei prenderlo? Lui avrebbe dovuto rivolgersi a Milano”.

 Con prontezza di spirito sfodero la mia migliore faccia da pianto imminente con mento tremolante, occhione spalancato vagamente lucido a comando, flap flap di ciglia degno del Gatto con gli stivali di Shrek (di cui abbiamo una diapositiva:

 

 

e il burocrate cede.

 Tento il colpaccio, visto che le cose vanno bene, e chiedo se posso avere i visti nel pomeriggio visto che “Sniff.. non sono di qui.. Sniff.. E’ stato un lungo e duro viaggio.. Sniff..” ma stavolta non cede. I visti saranno pronti domani, massimo venerdì. Ritiro dalle 5 alle 5.15 non un minuto di più. Se perdo il tagliando per il ritiro, riassumendo all’osso il suo discorso, saremo fottuti e verremo esposti alla gogna in piazza Venezia mentre loro ci sventoleranno i passaporti vistati davanti al naso facendo “Gne gne gne, col cazzo che ve li ridiamo!”

 Ringrazio, mi prostro. Me ne vado non senza usare il fascino della pelle candida su un cinque sei omini asiatici che si prodigano per aiutarmi ad usare il distributore di snack, ed esco col passo del trionfo. E’ fatta.  Trovo Davide in piazza Repubblica, ci si rifocilla, si aspetta Mamangio (che bello rivederti ^_^), si pranza.

 E’ di nuovo il momento di prostrarsi e promettere favori non meglio specificati stavolta per convincere Mam ad accettare la responsabilità di andare a ritirarmi i visti, che io poi riprenderò sabato sulla strada per il concerto degli U2. [Mam ti sono debitrice di quello che ti pare].

 L’uscita dalla capitale è molto più scorrevole, scavalchiamo l’Appennino d’un balzo e siamo finalmente a casa coi nostri amati familiari sensi unici.

 Stasera zombie al cinema. Ce li siamo meritati.

 

 

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