E’ ora..

E’ ora di tornare dai. Eccomi. Sono tornata.

 

Sono tornata. Già. Davvero?

Galleggio in una sorta di limbo in cui casa mia non è ancora tornata ad essere casa mia, quel limbo in cui anche Jordan mi scodinzola perplesso senza alzare il culo da terra, realizzando che in effetti era da un po’ che non mi annusava in giro.

Un limbo in cui quando apro gli occhi la mattina mi aspetto ancora di vedere una stanza d’albergo, e anche di allungare una mano al mio fianco e trovare una consistenza diversa dal lenzuolo vuoto.

  

Tornata.

Dall’India.

Da tre settimane di un altro mondo.

 

Riassaporo i miei posti, le mie facce, i miei cibi, una fetta di prosciutto crudo, la frutta, la torta, le lasagne, i miei vestiti. Riassaporo, lentamente.

 

 Assaggio l’amaro di una mancanza ancora fresca e quindi ancora poco dolorosa, i ricordi sono freschi e sono ancora capace di rievocare il calore, il profumo, le consistenze, la faccia nei dettagli, la voce.

 

Mi viene di fare la cronaca dalla fine all’inizio ma preferisco seguire l’ordine più ortodosso. Quindi quando andrò a casa tra un po’ inizierò una lunga opera di trascrizione e pubblicazione di foto. Per farvi viaggiare un po’ con me e con Luca, per farvi sentire l’odore dell’India, e avvolgervi nelle sue stranezze e nel suo fascino.

 

[…]

 

Sono a casa.

Domani scansionerò le poche pagine di quaderno scritte in viaggio. Pensavo che avrei scritto tantissimo e invece mi sono disabituata alla penna, e come se ciò non bastasse, non avevo calcolato che il tempo sarebbe stato così pieno, e al contempo ozioso, e insieme meraviglioso, e la compagnia così totalizzante, da farmi persino dimenticare di avere un quaderno, e una penna, e un libro. Anche il libro, Thoreau, è stato ignorato, ho letto soltanto

la Lonely , di tanto in tanto, tra una tappa e un’altra.

Poi ho letto le strade, e ho letto le facce, e i musi delle bestie, e i dipinti sui muri, e il cielo.

Andrò per temi.

 

Le nostre ali:

– gli aerei: andata con Lufthansa fino a Francoforte, attesa interminabile, ed ecco il nostro panciuto Air India che ci porta a Mumbai, e un altro che ci porta a Delhi

– l’auto: quella che affittiamo a Delhi, a sorpresa, per girare il Rajasthan, con il mitico Dharam come autista. Dharam è un omone distinto, con moglie e un bimbo, che vede nei pochi giorni di pausa tra un lavoro e un altro. E’ Hindu, e l’altarino sul cruscotto della macchina lo dimostra, così come i gesti di preghiera che fa prima di partire ogni mattina per la prossima tappa. Ha i baffi, e quando ride si vede dagli occhi. Parla un inglese elementare e confuso, lentamente per farsi capire, nel suo basso tono dignitoso. E’ massiccio ed ha una bella pancia, ed è un bell’uomo. Ha classe, nella sua semplicità. E’ silenzioso, e sereno. E si preoccupa per noi, ci chiede se abbiamo dormito bene, se stiamo bene, ci consiglia i cibi. Un papà hindu. Ogni volta che ci ha portato dove doveva, ci diamo appuntamento per il giorno dopo, e lui sparisce, chissà dove.

Ci porta a Mandawa, Deshnok, Bikaner, Jaisalmer, Jodhpur, Ranakpur, Udaipur, Pushkar, Jaipur, Bharatpur ed Agra. Lì ci metterà sul treno, e ci saluteremo. Quasi mi commuovo a lasciare il nido della sua Tata bianca.

– i treni: ne prendiamo due, notturni, con le cuccette. Il rapporto donne-uomini è di una contro sette, come dappertutto in genere.. Uomini d’affari perlopiù, qualche donna sola. Nei corridoi passa l’omino col thermos del chai a quattro rupie, ripetendo imbambolato il suo grido di guerra “CHAIIII…. CHAIIIII… Chaiiiii……” finchè si allontana. Sul primo treno sarà impossibile dormire. Compagno di viaggio un omone d’affari panciuto che mentre dorme russa come tutte le Indian Railways messe insieme, e quando è sveglio non sa stare zitto e imbambola gli altri passeggeri in un eloquio instancabile e interminabile. Sul secondo andrà meglio, anche se Luca viaggerà con la febbre e io mi ingegnerò per Tachipirinizzarlo prima che si addormenti.

 

Il deserto:

E’ il mio compleanno, e Luca mi regala il deserto.. Dopo aver visitato Jaisalmer, e il suo enorme meraviglioso forte ancora abitato, bollente, giallo, colorato, imponente, si parte per il deserto. Per strada la vegetazione si dirada e restano gli arbusti, qualche oasi con un pavone solitario, mucche su mucche, ed eccoli, i cammelli. Polvere, polvere. Incrociamo qualche Tata, questi enormi camion padroni della strada, multicolori e prepotenti.

Qualche villaggio, più procediamo e meno le donne mostrano il volto, più il villaggio è sospeso nel tempo e più le ataviche regole di nascondere i visi delle spose allo sguardo licenzioso degli uomini viene rispettato. Sari coloratissimi, il palloo a coprire il volto, e sulla testa in equilibrio miracoloso, ceste, bacili d’acqua, fasci di legna, balle di chissà cosa. Portamento perfetto, leggero, dritte come fusi, magre, e forti.

E’ arrivato il momento di lasciare l’auto, e salire sul cammello.

E’ altissimo e io, nota donna coraggiosa, me la faccio sotto. Seduto dietro di me un omino sui dieci anni tiene le redini, e con la scusa di tenermi ferma quando galoppiamo più forte, tiene anche i miei fianchi, sempre meno pudicamente. Lo perdono solo perché è piccolo, e perché ogni tanto canta a bocca chiusa e mi piace.

Due ore di cammino nel silenzio più totale per raggiungere le dune, e sedersi a vedere il tramonto. Il mio didietro porterà i segni di tutto ciò per settimane. Mentre il sole scende nella foschia sabbiosa, Luca si siede nella posizione del loto, e medita una mezz’oretta. Io faccio giocare l’omino col mio cellulare e faccio foto qua e là. Sono incantata dal silenzio. Sono meno incantata dagli scarabei stercorari. Oddio, carino è carino, così laborioso mentre rotola le sue palline di cacca di cammello. La cosa che mi preme però è che non mi tocchi. Niente di personale. E’ che sono troppo grossi e neri e croccanti perché tra noi possa esserci del contatto fisico senza che io svenga dallo schifo.

Quando torneremo a dormire nel deserto avrò la sorpresa di esserne circondata. Già perché la stuoia non è sollevata da terra come credevo.. Ma soltanto distesa lì, e intorno al bianco del lenzuolo ci sono loro, neri e minacciosi, e in mezzo al lenzuolo ci sono io che mi abbraccio le ginocchia e mi chiedo come dannazione farò a dormire. Realizzo però che non salgono sul lenzuolo. Giuro solennemente di non estendere neanche un alluce al di fuori del lenzuolo mentre dormo, e mi metto l’anima in pace.

E nella notte del mio compleanno eccomi lì, a fumare ganja stesa nel deserto del Thar con Luca, e le stelle cadenti, e il vento. Ho ventisei anni.

 

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