Sono nata a Mandawa e mi chiamo Jana.

 

Mandawa è un villaggio da niente, poche case, un mercato della frutta come ce l’hanno tutti, pieno di colore e sfere succose disposte a piramide sui carretti, qualche haveli antica, strade polverose e vacche nei vicoli.

 

Da piccola vivevo in una di quelle haveli.

 

Tre piani intorno ad un cortile centrale, e stanze ombrose, e portici e cucine odorose e piccanti di peperoncini verdi. Una buona famiglia. Una lunga storia di antenati. Un giorno bollivo e ribollivo del chai in cortile. Lo sguardo mi cadde su quelle mani di vernice rossa sulla porta.

 

 

Avevo otto anni. Le vedevo da sempre, ma per la prima volta mi chiesi se avessero un senso. Girai l’interrogativo alla mamma.

 

Prese due ciotole di coccio, tolse il chai dal fuoco e mi si sedette di fronte, incrociando le gambe magre sotto il sari. Gli occhi di marmo nero brillavano un po’ tra le palpebre nere di kohl. E mi spiegò il senso.

 

“C’era una guerra, Jana, una brutta guerra. E quando c’è una brutta guerra a un certo punto il più forte ha il sopravvento. I più forti non fummo noi. I più forti quando hanno vinto non ne hanno abbastanza. Vogliono che nulla rimanga intatto. E allora, Jana, noi possiamo fare una cosa soltanto: salvare l’onore. Possono tagliare le teste alle statue degli nostri dei. Possono abbattere le nostre case, negarci il sacro fuoco della pira funeraria. Ma non sarà la loro mano ad ucciderci. Noi saremo più veloci.

 

E’ allora Jana, che come uno schiaffo alla loro brama di disonorarci, lasciamo le impronte delle nostre mani pure sulle porte. E prima che loro arrivino, noi saremo già all’ingresso della prossima vita, col karma intatto.

 

Lasciamo l’impronta.

 

Varchiamo la porta.

 

E ci uccidiamo.

 

E’ successo Jana, è già successo, ed è per questo che vedi quelle dieci dita su quella porta.

 

Forse succederà ancora, forse no.”

 

Finii il chai, piano, ascoltando la voce grave di mamma.

 

Sono cresciuta.

 

Il Maharaja di Jodhpur mi ha scelta tra le sue spose.

 

Ho vissuto anni nello sfarzo prigioniero dello Zeenan (alloggi delle donne) del palazzo.

 

Ho guardato la vita per strada dai fori delle nostre finestre, non vista dall’esterno.

 

E ora, la guerra. I moghul sono alle porte.

 

Non versiamo una lacrima, io e le altre.

 

Solo, solleviamo il palloo dai volti schiariti dal tempo passato in penombra.

Ci guardiamo negli occhi, tutte.

Il nemico è alle porte e spinge gli elefanti contro i nostri portoni.

 

Troverete solo le nostre mani, su questo muro.

 

 

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