Mi chiamo Raj.

Vivo in un mucchio di capanne sperdute sulla strada per Jaisalmer, nel deserto del Thar.

 

 

Bazzico questa sorta di autogrill coperto dalla polvere della desertificazione.

 

 

Al di là della strada c’è un tempietto bianco, con le bandiere rosse. Di fronte, di solito, ci dormono due tre vacche. 

 Quando attraversano, prima guardano a destra, e automobili, carri, carretti e camion multicolori della Tata

 le schivano con la nostra peculiare abilità e incoscienza alla guida.

 

 

Io ho una ventina d’anni.

 

 

Sono andato a scuola da piccolo, con la mia camicia azzurra

come tutti, poi è finita là.

 

 

Mio zio ha questo posto di ristoro per i viaggiatori, e quando qualcuno si ferma a ora di pranzo o colazione, ci mobilitiamo tutti di curiosità e lavoro, però con calma. Siamo sei, sette persone. Facciamo un ca22o tutto il giorno, salvo alzare il culo quando finalmente una macchina si ferma.

 

 

Eccone una per esempio.

 

 

Una Tata bianca targata Nuova Delhi.

 

 

Sotto la targa c’è scritto a lettere rosse “All India tourist permit”. E’ un taxi, una macchina con autista che scorrazza turisti in lunghi tour di settimane. So già anche che tappe hanno fatto, e quelle che faranno. Mio padre ha fatto l’autista per anni e anni. Il giro del Rajasthan è quello lì. Si parte da Mandawa, un paesello sul confine, e poi ci si ferma al tempio dei topi a Deshnok, e poi Bikaner, e poi la dorata Jaisalmer 

 

e il deserto

 

 

, e il cammello

 

e poi Jodhpur , la città blu

  ,

e poi una sosta a Ranakpur

 ,

in mezzo al verde lussureggiante a vedere il tempio giainista e le sue colonne di marmo bianco lavorate tutte diverse l’una dall’altra, e poi Udaipur e il suo lago, e poi Pushkar

piccola, accogliente e prodiga di charas, ganja, bhang lassi che trasforma una lampada in uno smeraldo

e fricchettoni dispersi.

Poi si va nella grande Jaipur

 ,

dipinta di rosa, a sguazzare nel mercato variopinto, a farsi leggere la mano dai “palmists” che immancabilmente ti consigliano una pietra preziosa portafortuna e il giorno stesso guarda caso ti ritrovi in un posto dove tagliano le pietre preziose, con un gioielliere poliglotta vicino. Andranno via da Jaipur con un rubino al dito, sperando di non esserti fatti fregare e meditando di farlo stimare una volta a casa.

Al termine del tour, per strada incontreranno la riserva naturale patrimonio dell’umanità di Bharatpur.

Era la riserva di caccia del Maharajah. E’ enorme. E’ periodo di nidificazione e le cime degli alberi sono strapiene di cicogne,

 aironi, pappagalli, cormorani

. Antilopi e cervi sguazzano nelle acque senza fine. Una testuggine si inabissa nella palude, sotto il pelo dell’acqua resa verde in superficie dalla lenticchia d’acqua. Iguane e sciacalli, farfalle e martin pescatori, libellule e colibrì. Un giro sul ciclorickshaw, nel silenzio, da lontano i versi degli sciacalli sembrano risate di ragazzi che giocano.

 

 

Poi usciranno dal Rajasthan, e di sicuro andranno ad Agra, dove, schifati dal traffico e dai palazzoni senza bellezza, si limiteranno a timbrare l’obbligato magnifico cartellino del Taj Mahal

e poi si chiuderanno in albergo, in attesa di ripartire.

 

 

 

 

Ecco che scendono dall’auto, io me ne resto seduto sul muretto. Un ragazzo e una ragazza. Di sicuro tutti gli chiedono se sono sposati, e alla loro risposta negativa tutti ridacchiano di curiosità e imbarazzo.. avranno tra i 25 e i 30 anni, stanno insieme, e non sono sposati. Impensabile per noi. Quando pronunciamo la parola boyfriend, ci viene da ridere. E’ un ruolo assurdo. Noi ci si conosce, per caso o per intercessione delle madri, e poi ci sposiamo. Poi col tempo ci innamoriamo, oppure no, e facciamo figli. Ci compriamo una moto, se ci riusciamo, e quello è il mezzo di famiglia.

Ci facciamo salire moglie e figli, fino a tre, quattro. Siamo abituati, non cadiamo mai. Andiamo al tempio tutti insieme su una Vespa, o una Hero della Honda, o qualsiasi cosa su due ruote, e ce ne torniamo a casa col segno di polvere rossa

sulla fronte, segno di good luck, come altri milioni di cose per noi. Ogni segno è buono per indicare buona sorte. Il segno sulla fronte, Ganesh sulla porta di casa, una treccia di peperoncini verdi e lime sulla macchina per allontanare il malocchio, vedere il topo bianco nel Karni Mata di Deshnok, la pipì degli elefanti, vedere l’uccello azzurro. Good luck.

 

 

Ne abbiamo bisogno del resto, soprattutto in mezzo al traffico.

 

 

 

 

Vediamo un po’ la ragazza. Se ne vedono così poche. E soprattutto non vestite così. Ma questa qui ha senso della decenza. Porta pantaloni di lino chiaro, il che è strano ai nostri occhi ma abbastanza dignitoso. Una maglietta. Le spalle coperte. Bene. Però è corta, non scende fino ai fianchi, a metà gamba, come la camicia del punjabi. E noi come si fa a non approfittarne per studiare il didietro occidentale? Le nostre donne non hanno mai il posteriore scoperto. Che indossino sari o salwar kameez, o anche i jeans, portano sempre qualcosa di abbastanza lungo da coprirlo.

 

 

E’ strana questa ragazza, ha la pelle così chiara, ma ha i capelli scuri, e lisci, e lunghi. Li porta sciolti, e anche questo è strano da vedere, noi abituati a code e trecce d’obbligo. E poi ha gli occhi chiari.

Pazzesco.

 

 

Sembra indiana, ma i colori lo smentiscono.

 

 

Anche lui ha i capelli scuri e la pelle chiara. E’ magro, ma più nutrito di noi. Porta pantaloni corti. Nei templi gli affitteranno pantaloni lunghi o non potrà entrare. Porta gli occhiali da sole. Dev’essere italiano o spagnolo, mi ci gioco 100 rupie.

 

 

Ecco che si siedono a mangiare. Mio fratello minore gli porta riso basmati in bianco, una ciotola di Dal [zuppa di lenticchie] e un paio di chapati [pane non lievitato cotto in forma di pizzetta rotonda].

E l’acqua in bottiglia, sigillata, i turisti si rifiutano di bere acqua dei nostri rubinetti.

 

 

Guarda lei. Guarda che faccia fa quando assaggia il Dal. Per quanto ci limitiamo con le spezie, per alcuni di loro cuciniamo sempre troppo piccante. Poverella. Guarda come beve. Ci rinuncia e mangia solo il riso in bianco. Lui invece mangia tranquillo, dev’esserci più abituato.

 

 

Chiedono il conto, e gli viene portato con un piattino di semi di anice, come facciamo sempre, e un po’ di zucchero. Lei si accende una sigaretta. La fisso. Le nostre donne non fumano.

 

 

Adesso mi fissa anche lei. Estrae la macchina fotografica e mi cattura.

 

 

Forse non riuscirò mai a vedere l’Europa

 

 

Ma almeno così la mia faccia ci arriverà.

 

 

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