L’altra sera mio padre ha per caso intercettato stralci di un mio monologo su Skype. Capendo male, data la pessima acustica tra camera sua e camera mia separate da un bel muro, si è fatto un viaggio su fantomatiche amiche che mosse dall’invidia avevano parlato male di me. Sempre capendo male, ha ritenuto doveroso mettermi in guardia contro le invidie, e la scelta delle amicizie.

Mi ha fatto tenerezza. 

 

C’è stato un tempo in cui invidia e maldicenza potevano rovinarti la vita intera. Un tempo mica tanto lontano. Dalle mie parti, basta risalire di una generazione: quella dei miei genitori.

Tempi in cui il fine ultimo di un’esistenza era sposarsi, e le malelingue potevano segnarti indelebilmente e far sì che nessuno ti sposasse mai, facendo di te un reietto/una reietta.

Se qualcuno nel paesello decideva di rovinarti, non doveva far altro che mettere in giro una storiella credibile sul tuo conto, in base alla quale nessuno mai avrebbe corso il rischio di prenderti in sposa/o.

 

         Chi? Chellè? Chellè è na puttàne, l’hanne viscte sott’a lu vallòne nghe une! Chi la sbrigugnàte! [Chi? Lei? Quella è una donnaccia, l’hanno vista giù per il fosso con un tale! Quella svergognata!]

         Chi? Cullù? A la famija sé ci sta nu sacche de mètte.. Lande perde. [Chi? Quello? E’ una famiglia piena di matti, lascia perdere – notare la mirabile metafonia del plurale: matto =  mAtte; matti = mEtte]

 

Una donna amabile poteva sintetizzare il veleno di un crotalo del deserto se arrivava il momento di maritare una figlia, o ammogliare un figlio. Iniziava una guerra senza quartiere. Più birilli avversari venivano abbattuti a colpi di lingua e affondi di denti avvelenati, più era probabile che gli acquirenti notassero la sua progenie, che naturalmente era migliore di tutte le altre.

Una volta acquisito il rango di zitella, e ciò accadeva già sulla ventina se nessuno si era ancora proposto di impalmarti, si aveva solo un’ultima chance. I matrimoni a scatola chiusa. Conterranei emigrati al Nord (Italia, o Europa), che in preda alla nostalgia di casa e al desìo di un angelo del focolare, sposavano le zitelle e se le portavano su con sé. In pratica l’esilio. A picciùle pirrìtte. Così si diceva. “A piccioli all’insù”, come i grappoli d’uva nelle cassette destinate all’esportazione che dai caldi vigneti meridionali viaggiavano verso i climi inclementi del Nord.

Le lingue biforcute prosperano tuttora in svariati campi. Sono coriacee abitudini dure a morire. Per fortuna non hanno più il potere mortifero di una volta.

Ora quando mi giunge all’orecchio che qualcuno – che peraltro proprio non conosco – mi ha definito “una strana” o “una complicata” o peggio, il massimo che mi accade è che mi girano le palle per qualche giorno. Il massimo che può accadere è che qualche cretino che crede alle voci, magari rinunci ad avvicinarmi. La cosa torna utile per scremare i cretini dagli intelligenti che non giocano al telefono senza fili.

 P.S.

Ho 26 anni.

Sto con uno che vive 343 km più a Nord. 

Quali erano i parametri della donna a picciùle pirrìtte?

Damn.

 

 

 

 

 

Annunci