Metà libro all’andata, sul treno. Impiego una decina di minuti a fare l’occhio alla sua scrittura, singhiozzata, sincopata, irritante (contagiosa). Punteggiatura mutilata, soltanto il punto. Periodi brevi, continuamente interrotti. Ansia. Palpitazioni. Pensieri a raffica. Contraddizioni.

 

Dopo un po’ il ritmo cardiaco si regola su quello della scrittura e le pagine scorrono.

  

Per un pubblico sensibile, che si immedesima (leggi: me), è doloroso. Squallore e schizofrenia. Leggendo bisogna aggrapparsi a un’àncora reale, o si rischia di impazzire con Angelica, la protagonista, di essere corrosa da quella vasca d’acido, sensazioni e emozioni, pensieri a raffica e gesti folli.

  

Sono stata letteralmente male. Ero nel treno e avevo simil-attacchi di panico. Paranoie nei confronti del popolo disinvolto e benestante che popola l’Eurostar. Guardavo tutti con sospetto, immaginavo vite, storie, voci, segreti e scheletri nell’armadio.

  

Dal libro spuntavano tentacoli di nichilismo, e depressione, e disperazione. Soffocavo.

  

Scendo a Rimini, mi siedo su un muretto in attesa del regionale previsto tre quarti d’ora dopo. Assumo un’aria truce perchè nessuno rompa le balle ad una ragazza sola, dondolo gli anfibi, metto su una gobba adolescenziale. Accendo una sigaretta. Poggio i gomiti sulle ginocchia e continuo a leggere. Passa un treno merci. Alzo gli occhi e me lo trovo di fronte. A un metro dal mio naso. Uno dei tipi strani e soli che popolano le stazioni italiane. Ha qualcosa più di trent’anni, puzza d’alcool, ha un cardigan marrone color treno merci, sformato coi buchi e – tappandosi le orecchie per il rumore del treno – mi sta fissando.

 

 

 In un gesto solo, se è possibile, chiudo il libro, salto giù dal muretto, afferro lo zainone che è a terra e mi allontano di qualche metro.

  

Ho tremato per una decina di minuti. Per nulla, in fondo. Era innocuo e c’era gente, comunque. Ma con quel libro, e la notte, e i treni, e.. Ho avuto paura.

  

E ho notato con curiosità che le mie paure crescendo aumentano invece di regredire. Noto anche che l’amore mi rammollisce come direbbe un duro qualsiasi da un qualsiasi schermo. Mi sensibilizzo. Sono la solita spugna ma più porosa. E dopo tanta fatica spesa a imparare a bastare a me stessa, ecco che adesso ho bisogno. Di quella presenza.

   

Ma torniamo sul treno.

  

Il regionale arriva in anticipo e io mi catapulto sul primo sedile papabile per sfuggire alla stazione cattiva. Mi rimetto a leggere mentre di fronte a me una ragazza ascolta a palla Ligabue dalle cuffie. Sta andando dove vado io, e studia nella favolosa università per traduttori e interpreti. La stessa che io ho fatto altrove, e in tono minore, per pura pavidità e per qualche trascurabile motivo pratico. So cosa studia perché ho spiato i libri che fingeva di scartabellare per darsi un tono. Non sono una conversatrice da treno. Faccio fatica a fare small talk anche con chi mi conosce bene. Però colgo un dialogo che si prospetta divertente. Tengo su le cuffiette ma spengo l’iPod. Dietro di me entra un ragazzo con una gabbietta e dentro un coniglio nero. Chiede a una tipina sola se può mettere lì la gabbia e lei esulta in gridolini estasiati. Inizia lo spettacolo.

  

[lei] uhhhh ma che bellino che è! Ma sei un tesooorooo! Come si chiama?

  

[lui] Si chiama Willy.

  

[lei] Willy! Bello! Come il principe di Bel Air!

 

 

 [la tattica del cucciolo è sempre vincente. Notevole la brillante citazione di lei]

  

Lei è una studentessa, le si legge addosso. Lana grossa, sciarpone, colori, ciondoli, stoffe finto usato, scarpe finto vissute, faccino pulito.

  

[lui] Ce l’ho da poco (Willy).. l’ho visto in un negozio ed è scattato il colpo di fulmine. Ho preso lui tra i tanti perché era il più ribelle. Proprio come me! [TAC.. ecco che già si passa all’autoreferenziale. All’autopropaganda.. e vogliamo sottovalutare l’allusione sessuale? Il suo ribelle Willy è un chiaro riferimento. Ahimè quante email spam riceviamo ogni giorno con l’oggetto Monst3r 5ize your Willy? Ah nessuna? Ehm. Voi no? Ah-ehm. Ma torniamo ai nostri amici]

  

                [lei] allora, cosa ti porta a Forlì? Studio…?

  

[lui]…

  

[lei] lavoro?

  

[lui]…

  

[lei] amore? (un vaga delusione le si dipinge in faccia, non sa neanche perché)

  

[lui] beh diciamo di sì.. ma ci siamo lasciati da un mese ORMAI [un mese ORMAI! Ma sentilo]. Sai adesso mi sto godendo la vita, la libertà. Mi sto riprendendo [uahuah ma se ti sei dovuto comprare un coniglio per risollevarti!]

  

[lei]beh sì già è ovvio.. adesso per un po’ non vorrai sentire nessuno..

  

[lui] beh no non è questo. E’ solo che .. Beh insomma vado a Forlì, riprendo la macchina e vado a Ravenna. [repentino cambio d’argomento]

   

Il resto, lo scrivo senza il ritmo del dialogo. Tanto non facevano che darsi ragione sui luoghi comuni più triti della terra. Si sa, coi luoghi comuni vai sul sicuro. Cè gente, si sta al caldo, non si litiga, tutti vanno d’accordo. Anch’io sono salita sul vagone luogo comune per sfuggire all’ignoto del pazzo alla stazione.

   

[lui+lei] sai io sono di San Benedetto ma sono originaria di Palermo – io sono di Lecce – ah anche tu del Sud? [le Marche sono sud??] eh ma guarda, a forza di stare qui posso dire che è proprio vero, la gente qui è meno calorosa, [e poi i cani sono meglio dei gatti perché sono più fedeli] noi meridionali siamo tutto un fuoco, siamo più passionali, [AAANDO’.. fa freddo!] quando stiamo con qualcuno ci stiamo veramente [eh?] e invece qua nessuno se ne frega di nessuno, si mettono le corna, [eh ma in effetti guarda che qua una volta era tutta campagna] sono gelidi, ah ma sì hai ragione, ma forse è il clima, eh già [guardala come ha scovato un bel luogo comune funzionale a starci caldi in due, la zozza!]

   

E così via..

  

Scendo a Forlì.

  

La sottoscritta terrona passionale bacia l’algido forlivese.

  

 Il vagone luogo comune si allontana. Lui è sceso e lei no. Non hanno pensato a scambiarsi il numero. La passione era troppa per un così futile dettaglio pratico.

  

Tsk.

 

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