Si potrebbe passare inosservati, volendo.

 

Non deve averlo pensato la ragazza che per lavoro ha prestato la faccia al manifesto pubblicitario, mettendosi a sorridere ad un sacco di gente distratta.

 

Sono in piedi tra un vagone e l’altro ad aspettare la mia stazione.

 

Fuori è buio abbastanza perché la mia immagine si rifletta nel vetro sporco. Mi guardo con altri occhi e vedo una tipa alta e piena di contraddizioni. Pelle nera di anfibi e giacca, jeans stretti e aggressivi a rivelare la curva della coscia lunga. In contrasto, la sciarpa multicolore. I lineamenti morbidi. I capelli lisci e fanciulleschi. Aria d’acciaio e vocina di piuma. Una che ostenta sicurezza ma mentre cammina a testa alta con aria truce, di tanto in tanto inciampa, e si guarda intorno ad assicurarsi che nessuno l’abbia notata.

 

I miei occhi tornano alla ragazza che sorride, affissa col nastro adesivo su una parete del vagone. E’ bella, mora. Ha gli occhi da cerbiatta, un diamantino alla narice sinistra, un’innocente frangetta d’altri tempi, labbra lisce e rosee su dentini che non mordono. Ha l’aria intelligente. Ma dopo averlo pensato mi chiedo cosa significhi e inizio ad interrogarmi sulle apparenze.

 

Alzo lo sguardo. Intorno a me altro popolo ferroviario è in attesa della destinazione.

 

Una ragazzetta porta improbabili scarpe da tennis a punta. Ha le ginocchia grosse e ha tentato di dissimularle con larghi jeans. Accanto a lei una donna non ha bisogno di mascherare nulla. Avvolta in un vaporoso lungo cardigan di lana bianca, fissa il vuoto consapevole di essere attraente, nei suoi pantaloni marrone al ginocchio e gli stivali sottili per le sue gambe esili. Ha in mano una sigaretta impaziente, spenta.

 

Un signore barbuto in maglione pesante a righe scalpita per scendere e fissa fuori dal finestrino, per essere il primo ad individuare da che lato sarà il marciapiede e non perdere neanche un secondo. Quando ottiene il suo scopo a momenti grida “LAMERICAAAA!”

 

Scendo, e continuo a leggere il buon Palahniuk in attesa della coincidenza. Mi accendo una sigaretta; dal mio guscio di lettrice colgo le frasi dei pazzi della stazione proprio mentre Victor Mancini mi sta recitando questo, un esempio di prodotto di menti danneggiate: “Persone e fichi in strada alla piccola alba cantando la corda del velo viola che non c’è più”.

 

I folli intorno a me sono meno originali. Uno di loro ripete ossessivo “Noncelavorononcelavorononcelavoro…”, mi guarda fumare, interrompe la litania per chiedermi una sigaretta, e poi la riprende. Una donna in sedia a rotelle lava panni nel lavabo del cesso, indica il mio zaino e mi chiede se ho dello shampoo. No, mi spiace, e mi spiace davvero.

 

Il mio treno è sul binario in attesa, finisco con calma di fumare e mi infilo nel sottopassaggio, e poi nello scompartimento vuoto. Lancio la borsa sul sedile di fronte, la apro, prendo una caramella e ricomincio a leggere. In una pausa mi cade l’occhio sulla borsa aperta e fotografo il contenuto parzialmente visibile. La scatoletta delle caramelle. Ho buttato via l’involto esterno e la scatola è anonima. Mi accorgo che così non posso distinguerla dall’altra, della stessa marca e di gusto diverso. Senza incarto non ho alcun indizio per intuire il sapore. Senza incarto devo approfondire, avvicinarmi, assaggiare, per sapere se ho a che fare con il ribes, o la cannella, o i fiori d’arancio.

 

Se ci denudassimo dei nostri incarti, incuriositi dall’incognito parleremmo di più.

 

O si potrebbe passare inosservati, volendo.

 

 

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