Essere già una che parla poco ed ammutolire ulteriormente inizia a costituire un problema.

 

Il mio abituale interlocutore B. mi fa notare che quando si parla di oratoria, trattandosi di arte strettamente legata alla seduzione nonché all’arte di affascinare il prossimo, dal momento che ci si sente appagati sentimentalmente o più in generale sereni, si parla meno.

 

Si parla meno

Si cerca meno

Ci si interroga meno

 

Tale affascinante teoria nasce da un mio bilancio del weekend.

 

Decimo raduno nazionale inter-railers (vedi www.inter-rail.it) immersi nelle colline toscane, sabato e domenica. Facendo un rapido calcolo devo aver pronunciato quattro parole in tutto, perdipiù a decibel impercettibili.

 

Ok avevo mal di testa, ok avevo sonno, ok ero impegnata a limonare ma è pur vero che ci tenevo alla compagnia di tutta quella bella gente accorsa da ogni angolo d’Italia, e invece…

 

Non riesco ad accettare questa odiosa tendenza che ci rende meno interessanti quando siamo soddisfatti. Meno comunicativi, meno intraprendenti.

 

Noto però con piacere che parlo meno, ma scrivo di più. “Non si direbbe” diranno i miei piccoli lettori, “non blogghi da una settimana!”, diranno i miei cari lurker. A mia discolpa però c’è da dire che Caterina è ancora nelle mani dell’assistenza Acer, povera piccola, ad operarsi ai pixel. In compenso la settimana scorsa io e Dean abbiamo inaugurato la felice tradizione di andarci a prendere un tè non al Cafè de la Paix ma quasi, tutte le sere dopo l’ufficio allo scopo di metter mano alla penna, ognuno per conto proprio e dividendoci un bricco di Twinings arancia e cannella e un piattino di Gocciole. L’absinthe darebbe più ispirazione ma purtroppo quello genuino e corrosivo di una volta non lo fanno più.

 

Insomma, scrivo cartaceo ma scrivo. Non per niente la scorsa bloggata l’avevo buttata giù per l’appunto in Caffetteria. E anche il raccontucolo che mi verrà pubblicato a Febbraio (ebbene sì).

 

Le mie letture ultimamente procedono spedite, grazie anche alle mie frequenti trasferte in alt’Italia che mi permettono di leggere metà libro sul treno all’andata e metà al ritorno sull’autobus. Di Revolver vi ho già parlato, ma non vi ho parlato ancora di Chuck Palahniuk e di “Soffocare”. Di suo ho già letto da un pezzo “Survivor” e “Invisible Monsters”. Non ho letto invece Fight Club ma come l’80% del globo terracqueo, ho visto il film. Mi chiedo allora cosa aspettano quegli inutili e pigri produttori cinematografici a mettere sullo schermo il resto della bibliografia di quel geniaccio di Chuck. Non vedo l’ora. Qua e là mi sta addirittura sulle palle perché è bravo e lo sa fin troppo. Perché qua e là fa il cinico per forza quando sono sicura che vive in una cameretta tappezzata di adesivi dei puffi e colleziona Trudini.

 

Anyway due settimane fa il caro consorte mi porta a un mercatino di libranza e la sottoscritta ne esce con un paio di sportine piene e profumate di carta vecchia e un po’ di soldi in meno; come se non bastasse il giorno dopo entrambi hanno la pessima idea di entrare in Mondadori a Forlì dove la nostra non riesce a fare a meno di spendere una quarantina di ulteriori euro e infilarsi anche nel seminterrato a cercare Houellebecq dopo averne udito parlare da diversi blogger bibliofili.

E’ un po’ più povera ma un po’ più felice. I soldi fanno la felicità quando ci compri libri.

Tutto ciò per dire che sto leggendo Le particelle elementari di Houellebecq e che sto letteralmente godendo.

Annunci