Il treno, la tua faccia, ti abbraccio forte per tanti minuti, tiri fuori dallo zaino piccole cose, sulla panchina della stazione, pezzi di torrone morbido con filoni di cioccolato, un borsellino per le monete, una piccola lettera in una busta gialla che parla di una piccola cosa bellissima e gialla, la foglia di ginkgo biloba che hai scelto per me. Ti bacio e ti bacio ancora.

 

Ti porto via dalla stazione piccola e fredda, mi leggi la lettera in macchina, mi commuovo. Andiamo a cena, il posto è piccolo e familiare, vino montepulciano, timballo ai funghi trombetta della morte raccolti personalmente da chi gestisce il posto, spezzatino di maiale al Porto, patate arrosto, insalatina di lattuga radicchio rucola e valeriana. Il dolce è un capolavoro di equilibrio e voluttà. Cestino di pastasfoglia con pesche caramellate a temperatura lavica con noci e spolverata di zucchero a velo. Sullo sfondo, un gruppo musicale con tromba e fisarmonica, canta Capossela, Conte, Buscaglione. E’ venerdì sera e la città è vuota e post-atomica. Una fumosa offerta che non pòssiamo RRRifiutare, e poi casa. Lampi, buio. Coperta, letto a una piazza, ci spacchiamo la schiena a dormire così stretti ma facciamo le fusa lo stesso.

 E sabato mattina dormiamo dormiamo dormiamo, ci svegliamo, pranziamo e poi dormiamo di nuovo e poi usciamo spinti solo dalla fame, come gli uomini delle caverne, e andiamo a caccia di pizza. Regna l’istinto di dormire, l’istinto di mangiare, l’istinto di scaldarsi.

 

 Domenica pranziamo e ti porto a prendere il treno, che ti porta via prima del previsto per colpa di un Eurostar al completo.

 

Fumo, e chiamo L. Mi raggiunge in bicicletta in perfetto stile parigina di Mont-Martre, con cappottino azzurro carta da zucchero, gonnellone scampanato di jeans, maglioncino peloso glicine, guanti a righe, un fiore tra i capelli, scarpe da tennis con un buco sulla punta. Fiera e saltellante, mi porta in un capannone di mercati generali adibito a sede di una mostra di artisti contemporanei, che lei ha contribuito ad allestire. Mi presenta alcuni degli artisti, mi conduce, mi spiega.

Conosco la sua nuova casa e mi godo i dettagli della sua stanza, le sue foto fantastiche, il disordine magnificamente artistico dove persino il cartone della pizza di due giorni prima, per terra con le posate dentro, ha un senso e un’espressione. Persino i miei calzini bucati si sentono accettati in un posto così. Svaccate sul letto parliamo parliamo parliamo, di lei e di me, poi arriva il suo sposo (n.d.A. dalle nostre parti lo sposo e la sposa indicano semplicemente il moroso/la morosa, senza accezioni impegnative e coniugali) e si va a cucinare. “L. adesso ti do una responsabilità, tu devi insegnarmi a cucinare, e devi partire dall’uovo lesso, dal monoingrediente.” “Ok”.

 Imparo per esempio che la bistecca si mette a scongelare nell’acqua calda senza levarla dal sacchetto di plastica. Che gli spinaci si buttano in acqua già bollente e salata. Ridete, ridete. Invece di plaudere alla mia buona volontà! A mangiare sono già bravissima e ciò vuol dire essere a metà dell’opera. Mi manca solo il know-how.

 Torno a casa da sola di notte, 40 km con il suo cd, Cristina Donà, Afterhours, buio, sigaretta.

 Mi sento felice, e in pace.

 

 

 

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