Da una delle chiavi di ricerca di oggi noto che qualcuno è giunto a questo blog cercando news sul fatto di cronaca che coinvolge tristemente la mia città.

Ecco, non ho alcuna intenzione di parlarne qui, considerato che a parte quello che ho letto e ascoltato sulle news (come il resto d’Italia), non ho alcuna nozione diretta dei fatti. Quindi, che la giustizia faccia il suo corso, ché io non c’ero e quindi non ho elementi per pronunciarmi.

Però volevo dire due cose, una frivola rispetto al tema di partenza e l’altra un po’ più seria.

 

La cosa seria è questa. Più dell’episodio in sé, di pessima umanità e di crimine biasimevole, mi fa paura un fatto.

Ho dato un’occhiata ai commenti sull’episodio su vari forum, come quello di Liberoweb.

La gente è folle. Ma non parlo di quei quattro delinquenti, parlo proprio della gente. Sulla base di un vago riferimento all’etnia di uno degli aggressori, ho letto qua e là un tripudio sconvolgente di proposte di torture, odio, vendette verso un’intera “categoria”. Poi dice “perché non sopporti le etichette” ecco perché. Poi dice “perché ti incazzi sui pregiudizi” ecco perché. Perché per uno che agisce male, la rabbia popolare si scatena contro tutta la stirpe.

A me questa cosa fa una paura terribile. E mi fa paura perché non ne è esente nessuno. E quando litigo con qualcuno che spara qualche stronzata sul fatto che i tedeschi siano freddi e cattivi, che il terrone sia indolente e truffaldino, che il polentone sia stakanovista e gelido, che le donne sentono e gli uomini ragionano e che i gatti sono ruffiani e i cani sono fedeli e che con gli islamici non si ragiona e che gli ebrei sono attaccati al denaro… Ecco, quando litigo con qualcuno che spara di queste INUTILI, deleterie, PERICOLOSE, noiose, PIGRE generalizzazioni.. mi sembra di dare fendenti ai mulini a vento. Perché l’istinto di etichettare ce l’abbiamo scolpito nel DNA. E io non mi do pace, finchè non riuscirò io stessa a sospendere il giudizio, a ricordare che ogni persona può sorprendermi, nel bene o nel male, con un azione che io non ritenevo appartenente alla sua indole così come me l’ero figurata ed archiviata nello schedario. (A tal proposito consiglio anche la visione di “Crash”, uscito da poco, e la lettura di “Andorra” di Max Frisch, anche se non so se sia stato mai tradotto in italiano dal tedesco. Prima o poi lo farò io). E’ un dannato discorso complicato. Tu caro lettore non so quanto ci hai capito. Ma io dovevo sfogarmi.

 

La cosa frivola è la questione del mio accento terrone, e per metonimia dell’accento terrone di (quasi) tutti i miei concittadini. Me ne accorgo quando qualcuno di queste parti viene intervistato e io sento il loro (e il mio) modo di parlare venir fuori dalla tv. A sintassi e cultura siamo messi più o meno come qualsiasi altra cittadina di provincia italiana, nord o sud che sia. Mediamente bene, dall’analfabeta al laureato.

Ma le vocali, ecco. Noi abbiamo vocali che se andassimo a lezione di dizione staremmo in ginocchio sui ceci per un pezzo prima di “correggerle” secondo la dizione ortodossa.

Io dico poco con

la O chiusa. Parecchio chiusa. E anche cosa. E modo. E cosa lo dico con la s sorda, e non sonora. Come gli spagnoli. Io spalanco la penultima vocale degli avverbi. Io dico veramEnte. InusitatamEnte. TerribilmEnte. EsondantemEnte. ApertamEnte. Sì. Così, provateci. Vi suona strano?

Ecco io ogni tanto provo ad adeguarmi allo standard, magari quando emigro fuori dai confini locali. Ma mi fa strano come a voi il contrario. Sono combattuta tra la volontà di non suonare strana e la fedeltà alle mie radici. Sono problemi.

Credevo che il romagnolo del mio cuore fosse avanti a me in quanto a ortodossia vocalica finchè non ho scoperto che diceva VoGLIA e NoNNo con le O tutte chiuse come Giovanni quando fa il sardo.

 

Ah, non cercate di convincermi a chiudere le E di tEmpo e sentimEnto. Parole simili esigono entusiasmo, ed E apErte.

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