Jordan è arrivato in treno da Bologna coi miei diciott’anni e col mio primo amore.

 

Jordan quando vuole una femmina, si alza, cammina e se la va a cercare.

 

Jordan quando vuole un figlio, si alza, cammina, va dalla femmina e la ingravida.

 

Jordan quando vuole una famiglia porta a casa la femmina gravida e ce la affida sul groppone. E noi, scemi, si aggiunge la scodella.

 

Jordan, tutti i giorni, una o due volte al giorno, ad un certo punto, mosso da chissà quale impulso e chissà perché proprio in quell’attimo, come i pinguini che a un certo punto tutti insieme marciano verso l’entroterra, si alza, e si incammina per due chilometri e più verso il centro della metropoli. Si fa il suo struscio, qualche tappa obbligata, tipo il pub dove G.C. gli passa l’hamburger o l’hot dog. Cammina a ritmo sostenuto, trotta, ecco. Senza fretta ma senza indolenza. Passato il pub continua per corso Roma e raggiunge la piazza, poi il corso Trento e Trieste. Ogni tanto si svacca nel bel mezzo del corso, con le zampe posteriori divaricate e perfettamente piatte a terra. A pelle di leone. O a quattro di spade, se vogliamo. Se ne sta lì, mentre la gente fa l’aperitivo. Io esco, sono in giro, chiacchiero, faccio cose, vedo gente e ogni tanto “Oh guarda, c’è Jordan”. Io incontro il mio cane in giro. Se lo cago, mi segue, con la vaga speranza che io torni a casa e gli dia un passaggio; se non lo cago, dopo un po’ se ne va per conto suo; se lo cago ma è lui che vuole star solo, se ne va senza colpo ferire. Gironzola, saluta gli amici al guinzaglio e li guarda con aria di sfida, lui, cane libero. Se ha un po’ di scazzo, abbaia a qualche marmocchio, senza toccarlo mai, giusto per fargli paura.

 

A volte qualcuno che non sono io lo porta a lavare e tosare.

 

A volte qualcuno che non sono io gli da da mangiare.

 

A volte qualcuno che non sono io, lo ribattezza. E da Jordan lui diventa Nerone, Gino, Sminchio, Zorretto… A un certo punto spinto dallo stesso misterioso impulso si alza, e ricomincia a trottare verso casa. Se per strada riconosce i motori delle nostre auto, inizia a correre. Noi lo si vede, si accosta, gli si apre la portiera del passeggero e lui si accomoda. Una volta a casa, scende, si fa un giro intorno casa per controllare la situazione, abbaia, saluta Emma che gli ha preparato la parmigiana di ossi, va a prendere il gorillino di recente adozione. Il gorillino è un peluche. E’ comparso dal nulla. Nero e inquietante come un incrocio tra il monolite e la scimmia di Kubrikiana memoria. Jordan se l’è procurato spinto da una reazione emotiva al fatto che tutti i cuccioli sfornati da Emma li abbiamo sparsi per il mondo domestico. Lui non ha superato il trauma di vedersi portar via la prole, allora ha fatto ricorso all’adozione. Interrazziale perdipiù. Prende il gorillino e se lo mette tra le zampe davanti. Lo immobilizza e lo morde. Poi lo lecca. Poi lo morde. Poi lo lecca. Poi lo strattona. Poi lo lancia, e lo va a prendere. Poi non lo vuole più, e lo lascia sotto un ulivo, però se glielo prendi, allora lo rivuole. Proprio come nelle relazioni sentimentali umane. Bastone, carota, bastone, carota, affetto, litigi, sesso, abbandono, gelosia, possesso.

 

Il mio cane è umano, e in una vita precedente era un monaco Zen profondamente illuminato.

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