(prima di Woody) 

 

Il gelo mi intirizzisce le estremità, vago in casa con i guanti e i calzettoni, senza risultati di sorta. I guanti calzano come si conviene a dei guanti e quindi digito agevolmente. Mi scaldo all’illusorio calore di un assegno di rimborso ricevuto oggi per un’iniziativa non andata in porto, per colpa di nessuno. Lo tengo lì, senza cambiarlo, come una sorta di paracadute. Ho voglia di scrivere. La data in cui sarà un abbraccio a scaldarmi si allontana improvvisamente (è il caso di dire che chi non lavora non fa l’amore, visto che le ristrettezze costringono due amanti lontani, a vedersi meno spesso), e allora qualcosa dovrò pur fare per sentire meno la mancanza. Un Woody Allen stasera, finire Palahniuk, iniziare a tradurre Max Frisch invece di continuare a predicarlo, fare qualche sudoku in meno e scrivere. Non posso più piangere miseria con la scusa che “non ho tempo”. Il guantino di lana dentro casa mi da la giusta aria bohemienne dello pseudo scrittore squattrinato, e mi ispira. Ho molto, troppo tempo per pensare, e quando mi drogo di sudoku, l’accelerata di attività logiche mi provoca un successivo quarto d’ora di defaticamento, con pensieri che corrono sfruttando la rincorsa e faticosi da frenare.

 

Mangio semi di zucca. Fette di cacciatorino. Pezzi di pizza del forno alla cipolla. Olive nere. Un Ferrero Rocher. Quello che capita. Come faccio sul web insomma. Vago, e mi nutro di piccole prelibatezze stuzzicanti che trovo.

 

Il futuro non è mai stato così incerto, e allo stesso tempo mai così interessante e spaventoso. Non sono che un gatto abitudinario, e se tiro fuori le unghie, non è che per brevi scatti di intraprendenza. Ma devo tenere duro. Tanto si sa che tutte le scelte, per quanto tempo possiamo perdere a ponderarle, alla fine si fanno saltando nel buio, per giunta ad occhi chiusi.

 

(dopo Woody)

 

Hanno intenzione di trasformare il multisala in un centro benessere. Hanno cominciato dalla sauna in sala 9. Mi aspettavo che un qualche addetto da un momento all’altro portasse dentro dei sassi bollenti su cui versare l’acqua col mestolino e una goccia di essenza di eucalipto.

 

Siamo comunque sopravvissuti, boccheggiando e ingollando cocacola, seppur con la pressione notevolmente più bassa che prìa e il rischio imminente di epistassi per esplosione dei capillari.

 

Il buon Woody articola il suo dramma intorno al concetto della fortuna. Quanto peso ha la fortuna nella vita e quanto il talento e il duro lavoro. Non vi dico chi vince.

 

Dico solo che la bellezza umida di Londra e quell’astro di perfetta gnocchitudine di Scarlett, non sono bastati ad annientare l’angoscia nichilista con cui sono uscita dalla sala.

 

Forse non sembra, ma mi è piaciuto di brutto.

 

Ora però – da brava consumista di libri e film malata di troppa empatia – scusatemi ma devo andare a rivalutare tutta la mia vita alla luce dei concetti emersi nella pellicola. 

 

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