Entro nel tunnel del sudoku  e presto inizio a vedere numeri ovunque. Sono col mio uomo e a occhi chiusi penso ripetutamente 2 e 5, 2 e 5. Sono a casa di A.  a bere una tisana zuccherata, la guardo e in testa ho 3 e 6, 3 e 6. Penso i numeri a due a due. Se sono sola con qualcuno penso che siamo in due e manca la terza colonna o la terza riga (sarà per questo che ho sognato un travone  a costituire un menage a trois con l’uomo?). Mi cronometro e faccio quelli semplicissimi in 2 minuti netti, quelli semplici in 7 minuti, quelli medi in 10, a quelli difficili non sono ancora arrivata. Quando non gioco, il gioco va avanti da sé nella mia testa.

 

 

Successe così decenni fa quando mi intossicai di Tetris. Non facevo più altro e non mi interessava alcun gioco più elaborato o nuovo o divertente. Volevo solo il Tetris. Ho sfiorato un record che ora non ricordo, giocando per diverse ore consecutive. Qualcosa come raggiungere un numero di righe che avrebbe impallato il contatore perché non avendo spazio per la cifra in più sarebbe ricominciato da zero, forse. Persi, perché mi avevano distratto, sulle 998 righe, o 9998, non ricordo i parametri, e non l’ho mai saputo. Dopo tutte quelle ore, non ho capito più niente per tutta una mezz’ora successiva. Se non giocavo, continuavo a giocare nella mia testa e a godere per ogni serie di più righe che se ne lampeggiavano via trionfalmente infilandoci il pezzo lungo rosso in verticale.

 

 

Ricordo in proposito una puntata di Star trek, della serie più recente col pelatone Jean Luc Picard al posto del Capitano Kirk.

 

A bordo dell’Enterprise veniva introdotto un gioco, da un pianeta sconosciuto. Si trattava di un cerchietto da mettersi in testa, con due piccoli accrocchi ai lati degli occhi, che fungevano da visualizzatori del gioco. C’erano dei grossi imbuti molli e semoventi e colorati che si aprivano e chiudevano a ripetizione e – giocando col solo pensiero – bisognava infilarci dentro delle sfere. Ad ogni operazione riuscita o livello superato, l’accrocchio rilasciava una scarica di endorfine nell’organismo del giocatore. Tutto l’equipaggio diventava game-aholic, nessuno lavorava più, scoppiavano guerre, e rischiavano l’autodistruzione finchè il Capitano non sistemava le cose distruggendo l’aggeggio. (Potrei aver sbagliato molti dettagli, il ricordo è lontano, non me ne vogliano gli star-trekkisti).

 

 

Ultimamente, gioco quando non voglio pensare. Divertimento, dal latino, significa “allontanarsi da” “staccare”.

 

Gioco e mi alieno nell’ossessivamente piccolo e inutile (numeri da scrivere in caselle secondo regole elementari) per sopravvivere al peso delle grandi incognite, e delle grandi domande. Per staccare.

 

 

Chuck  insegna:

 

 The trick to forgetting the big picture is to look at everything close-up

 

 

 

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