Dissimulata sotto la stolida apparenza di una indiana Jun del globo, che di punto in bianco prende e parte per lidi lontani con lo zaino in spalla, si nasconde un lichene attaccato alla roccia madre che trema all’alito di vento che le fa temere il remoto rischio di staccarsi.

Come sempre prima di qualsiasi partenza o fase iniziale e nuova di alcunchè, la nostra mammoccia (dicesi mammoccia da queste parti: “mocciosa”, con connotazione in genere denigratoria) passa le notti a fare pseudo incubi da ansiosa.

E sogna di fare la borsa lo zaino la cartella la valigia il trolley ottomila volte e ottomila volte sbagliare borsa dimenticare cose importantissime rompere la borsa riaprirla rifarla daccapo e intanto è tardi è tardi è tardi che il bianconiglio le fa una pippa e l’orologio è rotto o va avanti o va indietro o le batterie sono scariche oppure l’orologio non ce l’ha e nessuno sa che ore sono ed è in un posto sconosciuto e deve arrivare in un altro posto sconosciuto e ci deve arrivare con qualche mezzo ma chi deve accompagnarla temporeggia ed è sempre più tardi ed ecco che ha perso l’autobus ma ecco che ha perso il treno ma ecco che ha preso il tram sbagliato e si vergogna a chiedere indicazioni e si ritrova in lacrime al capolinea ed ecco che è tardi e non ci sono più tram né metro né bus né elicotteri né taxi né passanti e lei è lì e le hanno rubato i soldi e non ha una cartina e il telefono è scarico e sale su un notturno senza biglietto e la arrestano e ci sono maniaci ladri alieni guerrieri della notte raeliani testimoni di geova cattivi che la rapiscono e intanto il posto dove doveva andare è fottuto ed è troppo tardi e lei ha perso il primo giorno e ormai non c’è più posto il suo posto è stato preso da qualcuno.

Questi sono i sogni di quella mammoccia di Jun prima di intraprendere qualche mese nella Capitale. Jun sì, quella che è stata in India, Russia, Spagna, Portogallo, Canada, Germania, etc. etc.

 

Poi normalmente appena arrivata a destinazione, passa tutto. Il sollievo di un parto.
Che gravidanza onerosa però.

 

Mentre in preda all’insonnia da piedi gelati la nostra è in cucina alle 3.30 a scaldarsi l’acqua per la borsa, legge dal montanaro poeta scrittore scultore personaggio Mauro Corona un piccolo mantra semplice semplice di millenaria saggezza.

 

La primavera è una stagione bella e difficile. Una stagione di partenza.

 

Questa è la mia primavera.

 

 

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