Torno a casa all’adorato porto della mia Adsl flat.
In mia assenza sono fiorite nell’ordine:
1.     le mimose;
2.     le margheritine dei prati.
Certo che non ci si può allontanare un attimo.

 

Aggiornamenti sull’ultima epocale settimana:

 

Iniziato corso, conosciuta gente e due blogstarZ capitoline, fatto cose, attraversata Roma di notte meravigliosamente vuota e illuminata in motorino interpretando una Audrey Hepburn notturna e più in carne, studiato tragitti e mezzi pubblici, tradotto un terzo di libro dal tedesco, mi ricongiungo alla metà della mela dopo due settimane di lontananza, e comincerò anche una cosa importante di cui però non parlerò qui.

 


Assaporo il contrasto tra capitale e paesello, e al ritorno all’ovile mi godo la sensazione di padroneggiare le strade e guidare un’automobile e quel senso inesprimibile di casa. Essendo un gatto poco comune, assumo presto la sensazione di casa anche altrove, seppur in tono minore. Me ne sono accorta quando sono uscita e poi sono tornata da lei incolume e senza essermi mai persa. Quella sensazione lì di “oh, ma quello è proprio il mio portone!”

 


Come sempre quando non vivo a casa mia, prendo a fumare a ogni piè sospinto per il gusto di fare quello che a casa non faccio. Adoro quella libertà di sigaretta in orari di solito inusuali.

 


Cerco casa, e questo mi inquieta un po’. Mi guardo intorno, valuto le offerte, ma trovare una stanza per soli tre mesi non è facile. Contribuisce il fatto che non ho mai dovuto cercare casa in vita mia.

 


La genitrice mi reclama per la manifattura della cicerchiata, dolce carnevalesco locale, altrove denominata “struffoli”, consistente in palline di pasta fritte e agglomerate col miele bollente. Non posso dire di no, sono stata via quattro giorni ma le mamme – si sa – sono così, per lei sono stata in Australia per tre mesi piuttosto che a Roma per quattro giorni.

 


La mia ignoranza culinaria continua, mi sono affidata del tutto alla mia ospite, adibendomi al lavaggio delle stoviglie, e continuo a non essere in grado di mettere insieme neppure un brodino. Prima o poi tutto questo si ritorcerà contro di me. Il punto è che ho la simpatica fissazione di voler essere assolutamente sola quando imparo a far qualcosa. Persino quando ho iniziato a fumare, per una settimana ho fumato da sola, per acquisire disinvoltura e tecnica, e poi sono uscita allo scoperto, in pubblico. Con le lingue straniere, lo stesso. Finché non ho in testa una frase compiuta e corretta, non la emetto. Ciò è controproducente perché con le lingue, si sa, bisogna lanciarsi e parlare anche scorrettamente all’inizio, e correggendosi col tempo.

 

Ragion per cui non riesco a prendere e proporre “cucino io” se c’è del pubblico e peggio ancora se c’è gente che mangerà quello che produco. Sono in un vicolo cieco.

 


Il primo giorno di corso mi sono presentata all’albergo armata di coppola grigia di papà un’ora e mezza prima. Nella remota eventualità di perdermi, sbagliare strada, sbagliare treno ed essere rapita dagli alieni, sono uscita di casa in eclatante anticipo e il risultato è stato quello di starmene seduta nella hall dell’albergo e mettermi a leggere scrivere e fotografare.

 

A scrivere ciò:

 

 

E a fotografare ciò:

 

Questa settimana, pur senza Internet, mi porto dietro il notebuc. Ho bisogno fisico di digitare. Scrivere a penna non mi dispiace ma si tratta spesso di roba che poi per forza di cose devo digitalizzare, facendo doppia fatica.

 

In questo modo almeno preparerò bloggate da mettere online nei weekend e non prenderò tempo prezioso all’omino che mi aspetta sotto le lenzuola per un corroborante pisolo pomeridiano.

 


Scriverò presto dell’interessantissimo vivaio di menti e corpi prevalentemente femminili che popola il corso. Prossimamente.

 

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