Mal di testa aggrappato alle meningi da due giorni come il polipo vivo che Oh Dae-Su mangia in Old boy.

 

Però sono a casa. Però ho dormito. Però c’è il mio letto e la mia finestra con fuori il noce, e la collina, e le Torri Montanare e il mare in fondo a sinistra, e la mia vecchia scuola elementare di fronte e il geranio.

 

Stasera non c’è uno straccio di nessuno qui al paesello e va a finire che me ne sto a casa, oh.

 

Che mi metto a lavorare, ché ho ancora una cassettina da sbobinare.

 

Il grigiume circostante fa sì che Kalì (la mia digitale) se ne stia tranquilla nel fodero (in due occasioni macchiato A. di chewingum e B. di un bicchierino di Unicum) da settimane e settimane. Niente foto. Non sono ispirata. Aspetto il sole, come faceva Neffa quando non si era ancora rimbecillito. Sono due giorni che la pioggerellina più irritante della storia mi macchia gli occhiali e mi infesta le rare occasioni in cui esco, come ieri. E io lì senza ombrello e con giacche senza cappuccio.

 

Ieri un anomalo cinema pomeridiano, perdendo 15 minuti di film causa automobilisti che quando piove si spaventano e non fanno un passo a piedi. “La terra” di Sergio Rubini. Torcicollo, in terza fila. Puglia come se piovesse. Storia di fratelli, di famiglia, di radici. Adoro la pugliesità di Sergio Rubini in tutte le salse con la sua faccia da criminale “iononzognente”. Semplicemente adorabile.

 

Leggo, leggo, leggo un sacco e non farei altro. Mi son letta tutti i numeri di Toilet in mio possesso. Ho comprato e letto un paio dei Seventies della Penguin, e li trovate linkati nell’apposita sezione qui sotto. I consigli scrittori di Carver sono in dirittura d’arrivo. Pennac è ancora lì che mi aspetta ma vado avanti ancora dieci pagine e poi lo boccio miseramente. Ha voluto fare lo sborone e scrivere un libro senza un filo logico, senza un senso, senza un messaggio né un qualsivoglia tentativo di suscitare interesse da parte del lettore. Eufemisticamente, la quarta di copertina lo definisce “un raffinatissimo metaromanzo, riflessione del romanzo su sé stesso”. Leggasi: un calderone senza senso che
la Feltrinelli
ha buttato sul mercato giusto perché il buon Pennac ha portato tanto tanto pane a casa coi Malaussène (e qua alzo le mani) e come si faceva a rispedirgli questo? Gli do ancora qualche pagina di possibilità e poi lo chiudo e lo rivendo su ebay. Del resto è Pennac stesso che nel suo saggio “Come un romanzo” insegna che il lettore ha il diritto di chiudere il libro, saltare brani interi, e quant’altro. Grazie Daniel, seguo il consiglio.

 

Ho notato che spesso lunghissime quarte di copertina piene di paroloni altisonanti in cui non è rintracciabile un messaggio chiaro, significano che il libro vale poco.

 

Prendo nota per quando sarò un editor e scriverò quarte di copertina.

 

 

Continuo a godermi l‘aria di casa, che nel weekend è particolarmente di calduccio rassicurante. Sono qui vicino alla stufa a legna, in pigiama, mentre mamma e Marilena fanno due dolci, un pandoro farcito e un tiramisù. Mamma mi passa le fruste del frullatore col mascarpone da leccare via. Credo che il paradiso non sia diverso da questo, e che le fruste da leccare siano fondamentali. Mi godo la possibilità di parlare in dialetto ed essere capita. Mi godo i gatti, e i cani.

 

Mi godo la gara a chi ha più dolori che si ingaggia sempre a tavola tra noi e mamma.

 

“Mamma ho mal di testa”

 

“Eeeeeh, sapessi io”

 

“No, ma io di più”.

 

E’ il suo modo di consolare. Qualsiasi cosa tu abbia, lei ce l’ha, e più di te. Quando qualcuna di noi tre le dirà un giorno “Sono incinta”, so già che di istinto dirà che lo è anche lei, di due gemelli, però.

 

 

Mi cullo in tutta questa rassicurante ritualità domestica, e anche il torcicollo passa in secondo piano.

 

 

 

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