Roma, 28 febbraio 06

Ed eccomi qua.
Casa nuova, coinquilina nuova, zona nuova. In barba alle mie solite catastrofiche previsioni, non mi sono persa neanche un po’. Ho trovato i miei autobus, i miei tram, le mie vie, i miei numeri civici, trascinandomi dietro il trolley col manico troppo corto per la mia statura importante, e a spalla la borsa del portatile appesantita di libri su libri.
Lunedì Roma mi accoglie con un pernicioso nubifragio, il che mi da l’occasione di fare qualcosa che in qualche misterioso modo sapevo di dovere e voler fare: comprarmi un ombrello. Giallo.
Volevo l’ombrello giallo, non chiedetemi perché ma in qualche recesso della mia coscienza dev’esserci una ragione, che prima o poi mi sarà manifesta. Per cui mentre aspettavo il 71 sotto l’acqua mi sono lasciata avvicinare dal tizio con gli ombrellini, ho frugato, e là, nascosto nel mezzo, stava il parapioggia canarino. L’ho comprato senza neanche trattare sul prezzo e mi sono impettita lì alla fermata con il mio cerchio giallo sulla testa, tutta felice.
Sono giunta a quella che sarà casa mia per i prossimi due mesi, ho pranzato macrobiotico [ma] buono, e sono uscita di corsa per il corso. Addirittura prendo un’iniziativa saltando su un autobus che non era sulla lista dei previsti. Arrivo al corso in perfetto orario e tre ore corrono lisce come l’olio di sesamo del pranzo, in devota adorazione del referente del giorno, un giovine fascinoso, una versione carina e più alta di Woody Allen, con enormi mani mobili e gesticolanti, uno che lavora nel dorato mondo della Einaudi Stile Libero e fa l’editor di narrativa straniera. Solo alla menzione del suo ruolo, ho trattenuto un gemito. Revisione della traduzione. Mi sono sentita in parte tornare alle lezioni universitarie di traduzione e ho goduto come un riccio dall’inizio alla fine. Il ritorno a casa prevede circa 13 chilometri di mezzi pubblici, ma non è poi così complicato. Mi accascio al mio posto e mi intrattengo leggendo i nomi delle strade e godendomi la città illuminata. Non piove più. A casa trovo due blogstar che cenano: una è la legittima residente, l’altro prima non c’era. Sbrano due pezzi di pollo chiacchierando amabilmente e sorseggiando vino bianco con bollicine, ci raggiunge una quarta persona, sicula e simpaticissima, e poi altri due. La serata si snoda tra lunghe conversazioni che spaziano da Zichichi alla gara delle parole difficili, alle battute surreali, a Catania, agli ingegneri, tra sigarette e vino e risate.
Dormo la mia prima notte nel lettone blu. Abituata ad una piazza sola, mi dispongo a quattro di spade come si conviene. Dormo fino a mezzogiorno e – tra un semirisveglio e un altro – sogno di non riuscire a svegliarmi, o meglio. Sogno che sono in piedi, cammino, sono con persone che conosco e che mi parlano ma la mia mente è addormentata e io non capisco cosa mi dicono, allora li blocco: “Aspetta, non ti capisco perché sto dormendo, ora mi sveglio, aspetta!” e non riesco a svegliarmi, non riesco a capire.
Mi sveglia definitivamente un sole delizioso e un delizioso messaggio. L. sarà qui tra poco e vuol pranzare con me. Sorrido alla squisitezza di quest’inizio. Con tutta la calma del mondo e col sorriso in faccia mi alzo, mi lavo, mi vesto, la gentilerrima coinquilina mi prepara una tazza d’orzo che sorbisco lentamente. In calze verdi e gonnellina, esco, e vado in stazione a prendere L. Eccola che mi viene incontro col suo cappottino e il nuovo mostro fotografico reflex Nikon sottobraccio, reduce da giorni passati a visitare Firenze e vedere Vinicio, anche lei. Nella borsa ha un vinile, che deve regalare, e io realizzo che lei è la versione italiana di Rory (“Una mamma per amica”) e per la precisione, di Rory che va a trovare Jess a New York e torna a casa con un vinile raro e costoso per sua madre. Stessa intelligenza brillante, simpatia, dolcezza e aria per benino con originalità. Stesso tipo di rapporti col mondo. E’ Rory, non c’è niente da fare. Mangiamo pizza al taglio da sgabello, parlando e sorridendo, caffè, sigaretta, andiamo ad aspettare il suo autobus. E’ bella e allegra. Ha fatto in un weekend tutto quello che fantasticava di fare e rimpiangeva di non fare negli ultimi tempi. Al sole, in attesa, tira fuori il mostro fotografico e prende a fotografarmi gli occhi, che colpiti dal sole verdeggiano più del solito. Un sedicente poeta che sembra più Mick Jagger povero e sessantottino, che un poeta, ci vende le sue poesie a un euro. 
La sbaciucchio, la abbraccio, la guardo salire sul bus e vado via, leggera leggera con le mie gambe verdi e i miei occhi verdi. Alzo la faccia al sole, e ogni tanto chiudo gli occhi.

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