Il tempo scorre così lentamente che ne ho perso la nozione.
Le strade da percorrere così lunghe, le cose da fare davvero così poche, gli obblighi quasi nulli.
Non ho la TV. Sto a casa per una buona percentuale del mio tempo. Mi alzo quando voglio, faccio colazione quando mi pare, pranzo se mi va, mi metto a lavare i piatti.
Lavare i piatti mi fa sentire a casa. È un rito di cui ho bisogno per scandire le giornate e poi ce l’ho un po’ con la lavastoviglie. Io a lavare i piatti ci metto meno tempo, meno acqua, zero elettricità, e mi diverto anche, e non devo aspettare di fare un bel carico per lavare tutto. Ho la sindrome del lavandino sgombro. La lavastoviglie è sopravvalutata.
Leggo come se non ci fosse un domani, notte e giorno, leggo, faccio colazione e leggo, fumo e leggo, sono in bagno e leggo, mi faccio il caffé e leggo, mi sveglio e indovinate un po’? Resto a letto e leggo.
Nell’ultima settimana ho sbranato tre mini libri del settantenario della Penguin (Capote, Safran Foer, Zadie Smith) più due della Nothomb e uno di Pennac, e adesso ho iniziato simultaneamente Exercises de stile di Queneau rigorosamente in lingua e un tomo di racconti di Carver. Tanto per supplire all’assenza di uno schermo televisivo che mi priva me tapina del fantastico festival, compro dvd dalle bancarelle e la settimana prossima mi godrò Amoresperros e La tigre e il dragone sul mio caro monitor che ultimamente mi tradisce sbiancando da un momento all’altro. Guarisce, come un po’ tutta la tecnologia, con due sberle sul fondo. Si vendicherà prima o poi, lo so.
Mi sono fatta una passeggiata di un’ora per farmi finalmente duplicare le chiavi. Ho la mania di fare prima o poi a piedi i percorsi che normalmente devo fare coi mezzi, mi rassicura sapere dove mi sta portando il tranviere, e riconoscere i negozi, gli edifici, le piazze. Chiamo L. che ha fatto sviluppare le foto dei miei occhi e le mostra a destra e a manca, incassando anche i complimenti del fotografo. Sono cose che aiutano in momenti di scarsa autostima estetica.
Chiacchiero con la coinquilina e vivo in anteprima e in prima linea eventi che verranno poi pubblicati sul suo blog e letti da centinaia di persone. E’ passata solo una settimana da quando sono arrivata ma posso già dire che stiamo benone. Ho impiegato i miei classici giorni ad aprire davvero bocca ma ascolto con piacere. E’ dolce e piacevole stare qui.
Mi godo fino all’ultimo secondo questa momentanea totale libertà d’azione, mi guardo intorno, guardo per aria, mi fermo un quarto d’ora alle bancarelle di libri, passeggio, faccio solitari come mantra, e penso, metto su musica e ricordo, sbobino cassettine piene di storia per un lavoro che ho in corso. Vivo tutto sapendo che probabilmente finirà tra qualche mese, che dovrò lavorare prima o poi e non so neppure dove. Un dove indefinito non soltanto materialmente (un “cosa”) ma anche geograficamente (in che città). Non so niente, sono solo occhi, orecchie, pensiero. Sono un animaletto pensante e libero.
Con sprazzi di spleen. E di senso di solitudine di cui farei volentieri a meno.

Annunci