Perchè ogni tanto avverto questo bisogno di scrivere e non lo so mica poi cosa vorrei dire.
Mi imbambolo nello sfogliare i miei album sull’hard disc e tiro fuori da cassetti impolverati del cervello – in ordine casuale – ricordi. Guardo a distanza innaturalmente ravvicinata i cambiamenti della mia faccia, il viso affilato di quest’estate e le guance tonde di adesso, e impercettibili mutazioni nei lineamenti da quando gironzolavo per università straniere ad ora, che non riesco però ad isolare. So che ero diversa.
Non voglio scrivere una pippa malinconica sul passato però.
Leggo i racconti di Carver e come al solito so già che sarò condizionata dal suo stile, magari non subito, ma prossimamente.
Nella caterva di tempo che ho per pensare a qualsivoglia argomento, mi metto a fare osservazioni tra me e la convivente.
Siamo diverse per parecchi punti. Io infesto il suo frigo macrobiotico di junk food e latticini e carne e quattro salti in padella e nutella. Lei parla e mangia senza freni e difficoltà, io ho i miei lunghissimi tempi per tutte le operazioni da farsi con la bocca (ehm) ovvero parlare e mangiare. Lei razionalizza ciò che io prendo con incoscienza e fatalismo. A lei piace efebico, a me piace massiccio. Lei non sopravvivrebbe nel paesello, io ci sto egregiamente. Lei segno di terra io segno di fuoco.
Inevitabile passatempo quello di confrontarmi con lei, istintivo e senza alcun giudizio di valore. Siamo due diversità che paiono convivere serenamente.

Perchè quando poi hai la sensazione che potresti avere voglia di scrivere di solito è la volta buona che apri quel nuovo documento di word del ca22o ed ecco che non sai cosa scriverci sopra però hai una voglia estrema di picchiare sui tasti, in un certo senso ne hai bisogno per sentire che hai le mani e le dita e che puoi creare qualcosa con le tue mani, è come quando hai bisogno di un abbraccio o di fare l’amore e mentre dita altrui ti percorrono è come se le sue dita fossero matite, che ti disegnano, e ti ricordano che tu hai un corpo.
L’infinità di input che sto accumulando fa sì che io non riesca poi a parlare di niente. Ho mischiato tante e tali letture in questi giorni che non potrei tirar fuori niente di buono dai pensieri che mi sono rimasti in testa centrifugando a breve distanza Pennac, la Nothomb, Carver e tutti gli altri scritti là sotto. Ho un minestrone cerebrale in cui non distinguo più niente.
Però ho le visioni.
Senza neppure bisogno di chiudere gli occhi in questo momento ad esempio vedo nettamente me ed L. che attraversiamo il piazzale per prendere l’autobus e il cartellone della Benetton con la bellissima orientale con la pelle sudata e scura e il cappellino militare, vedo tutto, vedo la scena, è successo ieri. E’ diverso dal ricordare. Ho dei fotogrammi che si alternano dal reale all’immaginario. Con la mano di L. su un occhio ho visto un pupazzo in una carrozzina e non ricordo cos’altro, ho ricordi nitidissimi del sogno di stanotte in cui ho percorso in macchina una strada a picco sul mare, in mezzo ad una natura lussureggiante e multicolore, con alberi e foglie infiammati di rosso giallo e verde, e nel mare un continuo emergere e affondare di grosse code di balena.
Oggi sono tornata a casa dal corso e nel cortile c’erano i fili vuoti del bucato. Non del tutto vuoti. C’era un giaccone nero da donna appeso a prendere aria, voluminoso, con le braccia che restavano aperte da sole a causa dell’imbottitura, e una lunga sciarpa di lana a svolazzare al vento gelido. Nel bel mezzo del cortile vuoto, un’immagine in qualche modo inquietante. E’ ancora là, e ne approfitto per fotografarlo. Sembra qualcuno. Sembra qualcuno da solo lì fuori che guarda le stelle nitide invernali e prende il freddo senza fare una piega. Che se ne sta lì a pensare.
In questo momento io sono quel giaccone vuoto. Il vento passa tra le mie fibre e si infila in una manica per uscire dall’altra senza quasi lasciare traccia.
Probabilmente non sono ancora abbastanza abituata a stare lontana dalle mie radici per intervalli di tempo più o meno prolungati.
Ho l’impressione che da piccola io sapessi con molta più esattezza chi ero.
Perchè ora non lo so affatto.
La Nothomb attribuisce questa sensazione di essere un “tubo” alla primissima infanzia. Lasciarsi attraversare da tutto, introdurre e scartare, cibo, acqua, percezioni. Dice anche che negare è la dimostrazione che si è vivi. Opporsi, rifiutare qualcosa, scegliere. Mi sembra di non star scegliendo niente, di essere questo tubo attraverso cui scorre un acquedotto di vita, senza che io faccia nulla per trattenere ciò che mi serve o esprimere una preferenza.
E’ una forza, questa imperturbabilità, o una debolezza? Ecco, questo non l’ho ancora capito.
Secondo gli orientali, nella fattispecie secondo gli sceneggiatori de “La tigre e il dragone”, è una forza.
"Se stringi il pugno, la tua mano è vuota. Solo con la mano aperta, puoi possedere tutto."
Sono il suono di una mano sola che applaude.

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