A voi il sogno di un paio di notti fa, straordinariamente nitido e persistente, non che per me sia una novità.

 

 

Si parte per un viaggio in Marocco. Siamo all’aeroporto e ci sono Samu, Fox, Laura (amiche storiche). Mi sento (e sono) la più grande anche se di poco e sento di avere in mano la responsabilità delle altre. Vado a comprare due pacchetti di sigarette pensando "Chissà che marche di sigarette trovo lì" e sto per comprare una bottiglietta d’acqua ma poi penso che è un peso inutile, e che ogni volta che compro dell’acqua per portarmela dietro nei viaggi realizzo poi che potrei comprarmela ad ogni angolo di strada, senza portarmi quel peso. La tabaccaia che mi vende le sigarette è gentile, anziana, e mi sorride come se mi conoscesse e come se sapesse di me qualcosa che io non so. Vado in bagno, manca ancora molto, mi accorgo che mi sento un po’ esclusa dalle altre, le sento scherzare e ridere fuori dai bagni.

 

In qualche modo si parte e siamo in Marocco, io non sono più con le altre, scopro che sono parte di un programma televisivo in stile reality e sono terrorizzata, perché non ho nessuna intenzione di partecipare e di stare sotto l’occhio del mondo. Il conduttore è Claudio Bisio, e lo conosco là in mezzo al deserto profondendomi in complimenti per il suo monologo di Monsieur Malaussène. Si parte per questo viaggio (è un reality itinerante) e la nostra guida del luogo si ferma ad un certo punto e ci fa segno di scendere dai mezzi. Non si tratta proprio di deserto, c’è molta vegetazione e in lontananza ci sono anche montagne. La guida mi mostra una pendenza scoscesa e vagamente terrazzata a sinistra del crinale. Poi prende un enorme foglio di plastica blu traslucida e lo piega tre volte, lo stende a terra, ci si inginocchia e mi fa segno di fare lo stesso. Mentre lo faccio, lui con la scusa di sistemarmi bene al mio posto mi mette una mano dove non dovrebbe, che io sposto con un’occhiataccia. Sono in ginocchio sul telo di plastica blu e mi accorgo che serve per scivolare, come una volta da bambini si faceva con i sacchi di iuta sulla neve o sui prati in pendenza. Per la precisione serve per scivolare giù dal pendio, che mi sembra diventare sempre più profondo ogni volta che lo guardo. Io gli dico che deve essere pazzo e che io quella storia non la faccio, ma continuo ad arrovellarmi e a guardare giù, a dirmi alternativamente che in fondo non è così profondo e che invece è profondo come l’inferno, a dirmi che in fondo potrebbe essere divertente o a dirmi che non si può sopravvivere a buttarsi giù da lì. La pendenza si infila sotto una grotta, tra l’altro, ed è a cielo aperto solo per un breve tratto iniziale.

 

Mi accorgo che sono l’unica a farmi tanti problemi, gli altri ignorano la questione e chiacchierano del più e del meno in cima al crinale, allestendo pic-nic. Vado da una persona all’altra cercando solidarietà sulla questione "scivolata della morte" ma nessuno mi dà retta, a nessuno importa, e anche se penso che potrei fregarmene come loro, non ci riesco e devo assolutamente trovare qualcuno che mi dia ragione o torto e mi dica "No infatti è improponibile quella roba" oppure "ma guarda che ce la può fare chiunque". Nessuno mi calcola. Vado da un gruppetto all’altro e dico:

 

       Allora che ci vada la guida per prima, e vediamo un po’!

 

 Nessuna risposta.

 

       Guarda, io lo farei solo e soltanto se ci fossero imbracature affidabili.

 

Qualche sorriso di sufficienza e ancora nessuna risposta.

 

       Perchè non mandiamo giù una delle tante scimmie per vedere come va?

 

Zero riscontro.

 

Decido di provare ma scendo solo di qualche metro e mi accorgo che il terreno frana clamorosamente, che è impossibile, che si va incontro alla morte, allora mi aggrappo e chiedo aiuto, chiedo di tirarmi su, alla fine qualcuno lo fa, ma non è nessuno dei miei compagni, forse è quella stupida guida. Fatto sta che risalgo una volta per tutte e smetto anche di cercare approvazione presso quegli stronzi dei compagni di viaggio che mi ignorano.

 

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