Dice così l’adagio, invitando a diffidare degli inizi travolgenti e – per estensione [mia]– dei  colpi di fulmine.

Il prossimo che mi dice Ti amo prima dei sette mesi insieme, lo lascio. Preventivamente.

Poi ditemi che non torna utile conservare tutto: mi sono tenuta il tag “vita da single” col vago timore che prima o poi mi avrebbe portato truscia (termine vernacolare locale), ma col pensiero che prima o poi sarebbe potuto servire ancora, come i pattini da ghiaccio di Ottawa che ho in soffitta, o i sussidiari delle elementari. Ecco, ora il tag è di nuovo utile.

E’ stato tutto bello, bellissimo. Ma che finisse così presto non me lo aspettavo.

Ma pare che questo 2006 sia dominato dalle mie personali Parche che tagliano fili a destra e a manca, dal lavoro a. E’ proprio scritto che io debba ricominciare tutto partendo da una tabula rasa.

Non sono una che si aspetta cose eterne, si limita a vagheggiarle, e anche se alle scene sentimentaloidi dei film faccio il gesto di infilarmi due dita in gola, un pensierino sui nipotini, la veranda e la sedia a dondolo lo faccio sempre. Niente veranda, neanche stavolta.

Come Aigor dei fumetti di Daw, fuggo in lacrime e muco verso il tramonto.

Anche questa passerà, ma come i dolori del parto, anche questo dolore si dimentica poco dopo il travaglio, e torna lancinante allo stesso modo la volta successiva. Non c’è abitudine o esperienza che tenga, per il male che fa quando qualcuno si disinnamora di te, prima di te.

Con molto Porto, vino rosso Zaccagnini, asado argentino, nicotina ed endorfine liberate dal pianto in corpo, torno a Tara come Rossella, e domani è un altro giorno.

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