Tanto per restare nella metafora dei dolori del parto. E’ mia madre a sostenere, non so se con basi scientifiche ma sicuramente empiriche, che i dolori del parto si dimenticano subito dopo. Questo succede perché la natura ha interesse a che tu lo rifaccia. Se ci ricordassimo il parto, saremmo un mondo di figli unici. E io ho due sorelle.

 

Ecco io so che dimenticherò anche questo e che al prossimo randello sui denti avrò la stessa sensazione di già visto.

 

Ciò è bene. Per quanto possa lanciarmi in amare constatazioni e disillusi calcoli, mi conosco e so che incosciente e immemore mi butterò mani e piedi nel prossimo amore, dimentica di tutto.

 

Mi sono evoluta al punto che non provo neanche rancore. Il fatto è che lo so com’è, quando non si è più innamorati, e che non è colpa di nessuno, e quindi con chi dovrei prendermela? Gridare, rinnegare il cielo, sbattere la testa mille volte contro il muro? Massimo Ranieri è il guru di queste situazioni, fatti lasciare, fatti una cantata di Perdere l’amore e vedi come ridi di gusto.

 

Sono serena, va.

 

Mi distraggo leggendo Izzo e ridacchio di poliziotti e criminali marsigliesi esageratamente e deliziosamente noir.

 

Due poliziotti in un night club:

 

“Che cazzo ci fai qui?”

 

“Uno bevo, due bevo, tre bevo, quattro mangio e cinque non ho ancora deciso.”

 

Accontento mia sorella Davide e si va a ridacchiare sui fantastici decessi di Final destination 3, spanciandosi su facce trapuntate dalla sparachiodi o schiacciate tra due pesi di palestra come tra i piatti di una banda di paese.

 

Come nella migliore delle tradizioni, mi butto sul lavoro, per quanto non possa chiamarlo tale visto che non si vede moneta all’orizzonte. Mi sono decisa a fare il saldo e ho rabbrividito. Mi auspico l’eredità di uno zio d’America, tanto per avere una speranza. Diffondo il verbo alla cara coinquilina perché chieda se in casa editrice serve qualcosa, una traduzione, un editing, qualche bozza da correggere su cui sfogare il momentaccio, qualche pavimento da lavare. Hai visto mai. Intanto vado a lezione e mi faccio affascinare da una brillante e dotta disquisizione sulla storia degli editori di progetto. Me ne sto là a occhioni sgranati, come sempre in silenzio, scavallando ogni tanto le gambe insaccate in calze a righe colorate, tanto per mettermi allegria da sola.

 

Quando arrivo a lezione mi siedo vicino ad A., sapendo che legge questo blog, sfodero un sorriso

 

Io: Come va?

 

Lei: Bene!

 

 

E non chiede “E tu?”

 

A scrivere un blog ci si risparmia un sacco di fiato.

 

La settimana scorsa usciamo da lezione, apro l’ombrello giallo e F. mi fa “Ah, l’ombrello giallo!”.

 

È divertente.

 

Alle mie compagne di corso dedico il giochetto stupido che allieta i miei oziosi pomeriggi tabagisti e casalinghi: si chiama Bookworm, è una sorta di scarabeo in inglese, e i livelli che si guadagnano hanno tutti a che fare con le nostre ambizioni. Qui di sotto abbiamo una diapositiva.

 

 

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