Mi sto abbronzando ad Aprile e ciò è bene.

Passo le giornate sull’assolato terrazzino in costume da bagno e racconto da valutare, e sigaretta, occasionalmente.

Non prendo il sole integrale perché A. è un terrazzino condominiale e B. temo gli effetti degli UV sui gioielli di famiglia (sarà lecito chiamarli così anche al femminile?). A quest’osservazione mia sorella Davide mi dice gentilmente che sui suddetti nulla può neanche l’uranio impoverito e inizia a scriversi mentalmente – sganasciandosi – la sceneggiatura di un fumetto di nome Superpatata, in cui le centrali nucleari chiamano me per scongiurare gli allarmi causati da barre di uranio instabile. Fa partecipe dell’idea un altro amico che sta per l’appunto preparando una sceneggiatura per un concorso fumettistico sui supereroi e io inizio a temere per la mia reputazione, già seriamente compromessa dalle avversità della vita.

Arrostisco sul terrazzo e mi decido a fare il 155 per disdire Noi Due Wind. Ascolto le informazioni registrate fino al punto fatidico, scoppio a ridere, torno dentro dalla Pulsa e le dico:

– Sai come si fa a disattivare Noi Due Wind?

– No, come si fa?

– Si manda un messaggio con su scritto NOI DUE NO!

E giù a sghignazzare.

La serata è allietata dal giornale radio che fa la rassegna dei titoli dei Tg.

Udire la voce della paladina del Vaticano, la Parodi, essere costretta per onor del vero giornalistico a pronunciare a chiare lettere la parola coglioni, è musica. Però è un chiaro segno che l’Armageddon è vicino. Meglio, così non devo cercarmi un lavoro.

Sono andata a vedere Factotum con Vertigoz. Per entrare nel vivo del film, siamo prima andati a farci una birra condita di quattro sani ca22i nostri. Poi siamo andati a prendere posto e io ho avuto quelle due orette di tempo per decidere come dev’essere l’uomo della mia vita: alto, massiccio, alcolista, disoccupato e poeta. E pensare che Matt Dillon ripulito non mi era mai piaciuto.

Vagheggio la possibilità di un futuro a Milano a spolverare i termosifoni di una qualche agenzia letteraria, anche se Milano mi spaventa. Tuffarsi nella capitale della moda, per una che il più delle volte si veste per coprirsi, dev’essere stressante. Ho amici che mi accoglierebbero a braccia aperte, ma c’è una grossa controindicazione: sono una solanacea, io, come i pomodori, come le melanzane. E il sole lassù non è previsto. Per le lampade non ho soldi, e poi dopo Final Destination 3 dove due fanciulle arrostiscono vive nei lettini, dubito di farmi lampade nell’immediato futuro.

Lancio un appello: nella mia casella di posta c’è il vuoto pneumatico a parte le newsletter e i forward sul degrado del nostro pianeta. Se vi va, scrivetemi. (Patetico, eh?)

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