Ca-te-ri-naaaaa
Oh oh oh (oh oh ooooh)
Just how long is the list is the list of the lips you kiiissed (aaa-uh).

 Canta così tale Perry Como (che spulciando su Wikipedia scopro chiamarsi Pierino Ronald Como.. in pratica, traslato in Italia, Eugene Silvio Chattanooga) da una stazione radio sconosciuta, mentre io e L. torniamo in macchina a casa dopo un pomeriggio al mare. Concludiamo, riflettendo sul testo, che il buon Perry sta dicendo a Caterina: peccato che tu sia un troione da sbarco.

Dicevamo la passeggiata marina. A bordo di una Pluriel decappottata, veleggiamo alla volta dell’Adriatico. Parcheggiamo all’eremo dannunziano. Ci infiliamo nella prima stradina che ci si propone e iniziamo a scendere. Ci ritroviamo presto su una via lunga e diritta. Fumiamo. Camminiamo. Parliamo. Mi indica qual è la malva, il pitosforo, l’alloro. Io le insegno come si succhia il nettare zuccherino dai fiori di borragine. La via lunga e diritta è lastricata di pietre spigolose e tutte uguali. Ci fermiamo. In sincrono, come a un match di Wimbledon, ci voltiamo prima a sinistra, poi a destra. Ci sono le gallerie. Siamo sulla ferrovia. Spostatevi, direte voi. E invece no, perché non ci sono più i binari: siamo sulla ferrovia dismessa. I treni qua non passeranno mai più, mai più ci si affaccerà dal finestrino e a portata di mano ci saranno gli scogli. È successo poco tempo fa e i romantici del treno a picco sul mare piangono ancora. Tra i romantici, io e L.

Ci mettiamo a seguire le rotaie fantasma. È strano, non riesci del tutto a non avere paura che arrivi il treno. Ci infiliamo nella galleria. A piedi sembra interminabile. E buia, dannatamente buia. Al centro della galleria, nel punto più buio, gocciola acqua. Se gocciola acqua ci sono delle fessure. Se ci sono delle fessure la galleria è pericolante. Affrettiamo il passo e L. battezza le scarpe da tennis nuove nella pozzanghera invisibile. “Vedo la luce in fondo al tunnel!”. Idiote. Ci infiliamo in una casupola più che diroccata dove devono aver girato The blair witch project. Una casa cantoniera, probabilmente. Un camino, calcinacci, tegole cascanti, scritte sui muri “sono omosessuale” “mi piace il ca22o” “La vita è […]” il resto è cancellato. Non sapremo mai com’è la vita.

 Raggiungiamo un trabocco (sapete cos’è un trabocco? Questo

 

è un trabocco) minuscolo fatto di legno e filo di ferro che si tiene su per miracolo e all’inizio del ponticello traballante con passanti di corda c’è una porta di assi di legno circondata da volute di filo spinato e un lucchetto gigante mangiato dalla ruggine. E’ surreale, sembra una porta su un’altra dimensione.

 Quando torniamo indietro, camminiamo parallele, una su un binario, una sull’altro. Penso che sia azzeccato. Parallele, se stendo un braccio la posso toccare. E’ sempre lì, i binari non sono mai un binario solo. In passato ci siamo incontrate, forse eravamo ancora accatastate dagli operai, sugli scogli, con i chiodi e le traversine. Poi ci hanno messo in opera, e quello era il nostro posto. Vicine senza toccarsi.

 Nel punto più buio della galleria le due pozzanghere che dobbiamo riattraversare sono colpite dalla luce e sembrano due occhi fiammeggianti. Ci guardiamo in faccia senza vederci nel buio e ridendo ci prendiamo la mano.

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