Giorni fa io e la Pulsa si era in preda a un delirio cinefilo.

Si esce nel pomeriggio per andare a visionare Castellitto. Lo si visiona. All’uscita, passeggiando per il quartiere, rimugino su un aggettivo che possa riassumere il film ai miei occhi e lo trovo: affascinante. Onirico e con punti oscuri (mai come Mulholland drive), ma – affascinante.

Si torna a casa per sgranare lei un avanzo macrobiotico, io un avanzo di penne panna speck e zucchine, e poco dopo siamo di nuovo fuori a sgambettare verso un altro cinema, per visionare la trasposizione cinematografica di uno dei libri che più mi hanno fatto sbavare di recente, Elementarteilchen, Houellebecq (alcuni lo detestano, pazienza). Il film l’han fatto i tedeschi che hanno badato bene di trasporre in Teutonia financo le ambientazioni e i nomi, così quello che si chiamava Bruno Clemente ora si chiama Klement, e quello che si chiamava Michel si chiama Michail. Vabbè. Del resto sono arrivati per primi a fare il film quindi si son presi le loro piccole soddisfazioni. Sono stati bravi. Però ho avuto quest’impressione: il fascino del libro ancora più che nelle vicende narrate, sta nel modo, sta nelle digressioni, sta nei lunghi discorsi e le lunghe ponzate solitarie di Michel lo scienziato. Il film è lo scheletro del libro. Ha i fatti, la trama, gli eventi e i personaggi, liofilizzati da tutto quel buon sugo letterario. Bellino il film e bellissimo il libro, ecco.

 

Uscite anche da lì io e la Pulsa ce la camminiamo mano nella mano cantando Champagne Supernova degli Oasis e altri reperti storici adolescenziali. Siamo sempre più butch e femme.

 

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