Avevo detto che ne avrei parlato. Non mi dilungherò, la Pulsa ne ha già parlato per benino, e molto esaurientemente.

In qualità di chaperon di Pulsatilla, ufficialmente invitata, ho avuto la possibilità di andare a vedere al Quattro Fontane, giovedì  mattina, la prima dell’opera prima in qualità di regista di Libero De Rienzo. Chiamasi “Sangue”.

Sarò breve: l’ho gradito così tanto che mi spiace molto che la distribuzione sia così scarsa. Avrei voluto mettermi a dire a tutti: “Ehi, quando arriva, vallo a vedere!” ma, tranne che in otto città italiane, non arriverà. Si sono sbattuti, hanno usato unghie e denti per fare il loro film, con una passione rara e con moneta scarsa, e tutto il fuoco traspare dalla pellicola. Se potete, andatelo a cercare.

 

Nei commenti mi si chiede se convolerò a nozze con la Pulsa. Mah chissà. Sì, è vero, ci amiamo. Finiamo a letto insieme a guardare dvd sul mio portatile e ci facciamo i grattini. Però nessuna delle due, credo, se la sente di rinunciare del tutto ad un certo qual principio vitale che non sto qui a nominare, per cui potremmo magari tenere in piedi una relazione domestica parallelamente alle rispettive relazioni etero. Parlo di relazioni per sentito dire e vago ricordo perché io, al momento, non ne vedo neanche da lontano, e mi sto adoperando per capire perché. Mi si dice (lo dice Bjx, vi avrei copiato la conversazione se non avessi chiuso la finestra e dimenticato che qui non conservo la cronologia) che ho gli occhioni troppo grandi e la vocina troppo fine per ispirare, così d’istinto e senza conoscermi, cattive intenzioni. Con questa faccia d’angelo, non mi si passano neanche le canne. Che devo fare? Trapanarmi la faccia di piercing, vestirmi e truccarmi come Kelly Osbourne? Insomma ho la faccia di una carmelitana scalza. Dichiaro scandalosi schieramenti, faccio outing e la gente neanche mi crede. Se mi scappa di nominare i miei racconti ad alta temperatura, mi si fanno tanto d’occhi.

Da un lato, questa discordanza tra la mia faccia e la mia essenza, è interessante. Dall’altra, ogni tanto mi ostacola, rallentando i tempi con cui è possibile conoscermi e fuorviando chi mi incontra.

 

Cambiando repentinamente discorso, il corso ieri è finito. Il mio amato corso, quello che quando ancora lavoravo dietro ad una scrivania, avevo trovato su internet e su cui avevo versato bava, credendo che le circostanze non mi avrebbero mai permesso di farlo. Tre mesi in mezzo a della bella gente, troppo eterogenea forse per fare gruppo nella mondanità ma omogeneizzati dalla bibliofilia e quindi perfetti e godibili in quel contesto. Mi è spiaciuto salutare tutti e poter avere numeri di telefono soltanto di alcune persone con cui una continuità è più plausibile, per interessi comuni e simpatia manifesta. Io me li sarei portati tutti in braccio con me a casa. Così. In blocco.

Mi (ci) aspettano ora lunghi giorni di attesa di un verdetto (stage o non stage?) ferale che ci dirà se tutto ciò è servito a qualcosa (portar pane a casa) o solo a sollazzare il nostro amore per la carta e svuotarci i portafogli.

La cosa che non mi mancherà, è il 990, un autobus che andrebbe cancellato, un autobus che ti sfila sempre davanti quando sei a due passi dalla fermata, facendoti “Ah-aah!” come Nelson, quello che più di tutti arriva quando ti sei appena accesa la sigaretta. La seconda, sigaretta, perché quella è la cadenza. L’autobus che fa il giro più strano nella storia dell’Atac, disegnando un anello inutile intorno ad un’aiuola con due panchine e un albero, un tragitto incomprensibile ai mortali.

Addio 990.

 

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