Mi sorprendono ogni anno, sempre, non mi abituo mai alle lucciole, non mi abituo mai alla prima volta che metto il naso fuori casa per – che so – dar da mangiare ai gatti o scrollare le briciole dalla tovaglia. Alzo lo sguardo e sotto gli ulivi una distesa di puntini luminosi intermittenti. Rimango infreddolita a guardare con la tovaglia spiegazzata in mano, e mi accorgo che alle lucciole si accompagna un profumo, sempre lo stesso. Profumo di quei fiori che ci sono quando ci sono le lucciole, intorno a casa mia.
Vorrei far vedere queste lucciole a tutti quanti ma so che non riuscirei a fotografarle coi miei scarsi mezzi.
Per vederle, devi esserci.
Vorrei far sentire questo profumo a tutti quanti ma so che non si può.
Per sentirlo, devi esserci.
 
E io ci sono perché continuo a fare la spola tra la mia casa, il mio personale eden di madre natura in tutto il suo splendore, e la capitale, dove cerco fortuna, a parole, e sto chiusa in casa in preda all’apatia, a fatti.
La brutta sensazione è che non so più qual è casa mia. Che io apra gli occhi a casa di Pulsa o in camera mia a Lanciano, non mi sento mai del tutto a casa. Sono sradicata e in questo momento non sono nessuno.
Niente lavoro. Niente vita sentimentale. Ho gli amici – che non fanno numero – quelli fanno parte di te. Aspetto che il caso prenda qualche decisione per me, perché è più semplice che assumersi qualche responsabilità prendendo iniziative. Ho bisogno di calci in culo per scuotermi.
 
Passo ieri la serata all’aperto, con musica reggae, al post post matrimonio di due amici raggianti. Sono circondata da coppie, per lo più felici. Assisto al coronamento di una coppia felice, giovane, con un paio di lavori ben assestati e un futuro luminoso e un cane. Gente allegra che beve e balla. Al lancio del bouquet, neanche mi alzo dalla sedia. C’è una luna a occhio di bue, velata da un’elegante stola di nuvole stracciate.
Stelle. Tutto intorno campi, e ulivi. La sposa brilla di luce propria. Io sto seduta e osservo, come sempre. Fumo. Lo sposo mi costringe a ballare e mi contagia di allegria. Poi mi risiedo altrove. Un tizio che ho visto una volta sola qualcosa come dodici anni fa ad una festa di compleanno, con cui parlai dieci minuti dei Nirvana e di segni zodiacali in comune, mi guarda e mi fa “Leone, 12 agosto”. Resto allibita. È carino, mi faccio anche un mezzo castello, poi lo guardo sbaciucchiare la fidanzata in mezzo alla pista da ballo. Distolgo lo sguardo e mi rimetto a fumare, col naso per aria a fissare la luna. Mi raggiunge qualcuno che non si trattiene dal sommergermi di dichiarazioni di stima ogni volta che beve, ma anche da sobrio. Mi fissa, mi abbraccia, mi dice che ha una stima profonda di me e che devo andarmene da qui, che sono sprecata, che devo restare a Roma. Non sa spiegarmi perché. Io, che mi sento sola e persa e libera e fragile e senza uno straccio di certezza, sto per mettermi a piangere, mi trattengo a fatica, per distrarmi mi metto a fotografare la sposa che balla
nella sua nuvola bianca, senza flash, con esposizione lunga, e ottengo
una donna rarefatta di luce, quello che volevo. Felice e singolare, aggraziata e sensuale, controluce si intuiscono le gambe sottili sotto la gonna vaporosa, fuma Marlboro rosse meravigliosamente contrastanti con l’immagine della sposina eterea.
 
Me ne torno a casa alle quattro, cantando Carmen Consoli in macchina da sola, ripensando a qualcuno che ho visto passare in macchina altrui durante l’aperitivo, e che ho riconosciuto soltanto dall’avambraccio. Qualcuno che cerco sempre periodicamente, qualcuno che non risponde ai miei richiami, qualcuno che dovrei evitare, ma che inevitabilmente ogni tanto mi rientra in circolo.
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