Ormai quando mi capita qualcosa, di strano, di peculiare o semplicemente qualcosa che non sia quotidianità, esulto perché ho materia per il blog. Il male è avanzato.

Nuotando nell’aria, è il caso di dire, non per citare la canzone ma perché si avanza nel nubifragio, stamane prendo il bus che mi conduce di nuovo nella capitale. Saluto per l’ennesima volta mamma (e il rustico non te lo porti? E i tarallucci? E l’insalata di riso? E il pollo? Prendi un sacchetto che ci metto le ciliegie!), papà (non hai una lira e te ne vai in Toscana!), sorelle (“cià”,”cià” – che noialtre siamo brusche e discrete come i gangster) Emma e Jordan (profluvio di scodinzolii), i due ricci neonati nella legnaia (che verso fa un riccio?!). Fa un freddo boia, soprattutto nel tratto che scavalca l’Appennino, e i brividi non mi fanno dormire. Arrivo alla stazione Tiburtina con l’aria sana di un camionista dopo una traversata Varsavia-Palermo, carica di tutto il cambio di stagione più lo zaino per il raduno con le vivande ad esso preposte (tranquilli che ve lo porto anche quest’anno il Bocconotto [dolce locale]). Ogni sigaretta ha un sapore migliore, ora che non ho più i soldi per comprarle. Arrivo a casa e trovo la letterina di mia moglie che mi annuncia compita e orgogliosa che ha pulito il bagno, ha messo in ordine tutto, ha passato l’aspirapolvere e che forse torna in tempo per vedermi. Mi bruciano gli occhi e mi fa male lo stomaco, ho sognato che il forno sotto casa non aveva lasciato entrare il mio migliore amico perché “qua gli zingari non entrano” e io mi incazzo doppiamente, A. per la discriminazione, B. perché lui non è un rom bensì un nerd disoccupato giocatore di World Of Warcraft come tento di spiegargli, ma per loro non fa differenza.

Mangio insalata di riso dal barattolo a cucchiaiate ed esco a prendere il 19 per andare al colloquio per lo stage, vestita come Dylan Dog, ma senza le Clark. Camicia rossa, giacca nera, jeans, mi aspetto che Groucho da un momento all’altro mi lanci la pistola. Mi sarebbe servita per far fuori un ragazzino irritante sul tram che ripeteva ossessivo come un prurito alla sorella preadolescente nonché alla madre “Are you love dick?”. Voglio sparargli prima di tutto per il plateale errore grammaticale che mi fa accapponare la pelle, in secondo luogo perché non si fanno queste domande (dalla risposta così ovvia) alle signorine.

Giungo in sede di colloquio e mi ritrovo seduta davanti a sir Arthur Conan Doyle, con tanto di pipa e tabacco alla vaniglia. Fantastico. Dylan Dog meets sir Arthur Conan Doyle. Epico. Mi annuncia che prossimamente forse ci sarà un’intervista a Bonelli ed esulto.

Come al solito, lascio parlare l’interlocutore per due ore e io dico due parole in croce.

Tre mesi di stage.

Mi occorre un lavoro.

Addio mare.

Del resto non si è mai visto Dylan Dog al mare (tranne che ne Il lungo addio).

 

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