Come spesso mi capita, ho visto in giro l’uomo della mia vita, uno dei tanti.

Come spesso mi capita, non gli ho detto A.

Stava dietro un banchetto del mercato del sabato e vendeva occhiali da sole e Gucci taroccate.

Certo miei cari piccoli lettori, che domande. Era ebony così come io sono ivory. Due carnagioni, una canzone, una tastiera di pianoforte, un destino. Alto come il sole a mezzogiorno, gli occhi come Shere-kan, l’espressione seria di chi guarda il sole tramontare dietro una carovana di elefanti, accucciato con l’arco in spalla. Sobrio, fasci di fibre nere che tendono le spalle di una maglietta di cotone bianco, jeans, fianchi stretti, gambe lunghe.

Ci sono passata davanti tre volte.

Ho imparato a memoria l’esposizione del banchetto. Tre finte Gucci nere, formati diversi, una rosa, una bianca, una piccola marrone con la fibbia rossoverde. Svariate paia di occhiali. Lui fingeva di sistemare una busta di plastica. Ogni tanto passeggiava. Mamma – che si aspetta da un giorno all’altro che io mi presenti a casa al braccio di Sidney Poitier e studia la parte della Hepburn – mi ha assicurato che quando mi allontanavo, ondeggiando le cosce avvolte dall’abitino di lino marrone coi fiocchetti, lui guardava, e vorrei pure vedere, che qua mica si indossano le cose a caso.

Timidone della casa, aspetta sabato prossimo che raccolgo il coraggio e vengo a chiederti la mano, o perlomeno il cellulare, oppure ti compro un tarocco per captare la tua benevolenza. Ti mantengo io se vuoi, vado a pulire le scale e i pianerottoli da qualche parte, in ginocchio col grembiule, zitta sotto, e intanto te ti fai un bel book che sulle passerelle secondo me spacchi.

 

Questo non c’entra nulla, ma me l’hanno passato per sollevarmi l’umore, ottenebrato da sindrome P.M. e attacchi periodici di solitudine, e funziona.

 

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