Reduce da una serata alcolica e fumosa, mi sveglio con mal di testa d’ordinanza.

Seduti ad un tavolino all’aperto, io e il Vertigoz ci si lascia inebriare da una bottiglia di Falanghina infida ed inesorabile. Non fingo di intendermi di vini, in realtà si potrebbe darmi del Tavernello e non lo distinguerei da un Nero D’Avola, ma li berrei tutti e due con giubilo. Tra vino e sigarette entro in modalità mamma Jun e prendo ad incoraggiare il caro trentenne sul suo futuro e le sue prospettive. Una volta a casa come se non bastasse si stappa una birra e si fuma ulteriormente.

Ricevo un paio di messaggini gratificanti. Faccio la ruota.

Preparo il letto e ottimista mi metto a correggere le bozze di Toilet ma rischio di abbioccarmi con la fronte sul laptop e faccio appena in tempo a chiuderlo e metterlo via che già sto sognando un compendio della mia vita attuale: blog, blogger e editoria: sono in un locale molto chic con una serie di blogstar, a capotavola di fronte a me c’è Livefast con un libro in mano, tratto dal suo blog, e io gli chiedo “È di Scrittomisto?” e lui “No, no, il mio è di Einaudi Stile Libero”. “Ah ma allora hai conosciuto anche tu M. C.?” (Credo di averne parlato del carismatico M. C., editor di narrativa straniera, che venne al corso a fare lezione, lasciandoci tutte a sognare di fare la sua carriera o anche di allacciargli le scarpe).

Mi sveglio con uno spillone tra la fronte e la nuca e cerco di fare colazione reprimendo una mezza nausea, giusto per mettere un materassino di bolo ad attutire l’impatto di un Moment.

Non è neppure metà mattina e il telefono ha già squillato una mezza dozzina di volte, io da brava segretaria della Pulsa annoto le telefonate e gli appuntamenti, ormai sono l’anello di congiunzione tra lei e il suo ufficio stampa. Forse sto sbagliando tutto e il mio destino è davvero quello di fare la segretaria. Ho anche l’occhiale adatto e una certa tendenza alla catalogazione ordinata.

Lavorativamente, sono sempre in un limbo, uno stage che inizia in data da destinarsi, uno in forse, e ora mi chiamano per un colloquio di LAVORO, questo sconosciuto. Un lavoro, con un bel nome altisonante, assistente editoriale, sentite come suona bene, tutte queste lettere armoniche, si intona anche col mio nome di morbide S e di limpide I e di tintinnanti D e L. Scendo un attimo dalla nuvola, ché il colloquio è il 27 e non sta scritto da nessuna parte che vada a buon fine.

Mi sto però abituando ad amare questa fase di transizione, in cui tutto è promesso e niente è ancora compiuto, galleggio sulle possibilità e penso poco alla realizzazione. Gli eventi in potenza sono così cullanti. E i sogni che si realizzano hanno spesso qualcosa di deludente.

Stasera me ne vado in incognito a sentire un reading di racconti lievemente pepati, tra cui due miei. Me ne starò seduta ad un tavolino con A., amica di corso e autrice anch’essa di un racconto in scaletta, e faremo finta di scandalizzarci alla lettura dei nostri manoscritti:

“Oh mio dio, ha detto proprio cazzo! Dove andremo a finire, signora mia!”

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