Il progetto di apparire al reading sotto copertura fallisce felicemente.

Ci dirigiamo a Trastevere e vaghiamo per i vicoli pieni di tavolini all’aperto e turisti che succhiano estasiati le loro puttanesche. Troviamo la fantomatica cioccolateria, minuscola e suggestiva rivendita di cioccolata, libri e vino, ci si aspetterebbe Juliette Binoche dietro il bancone a consigliare il cioccolatino Graffio o quello Tentazione. Si sorseggia un costoso rum da un bicchierino di cioccolato fondente. Mi si presentano le attrici che leggeranno i racconti. Il mio, che leggerete su Toilet di Settembre, narra un episodio saffico, e le due donzelle si sono studiate per bene il duetto. Scendiamo le claustrofobiche scale fino alla claustrofobica minuscola catacomba tappezzata di libri e candeline che fungerà da palcoscenico. Io e la collega A. ci sediamo nei concessi centimetri quadri e fischiettiamo indifferenti. Da un minuscolo stereo parte Summertime di Janis Joplin e le due donzelle fanno il loro ingresso sul micropalco, davanti al micropubblico seduto sul micropavimento. I. è bellissima, bionda, dorata e fasciata da un abitino rosso. Se avessi dovuto immaginare la fisionomia della mia protagonista, non ci sarei riuscita così bene. La sua collega è bruna e istrionica, brava e sensuale, quando ad un punto del racconto esclama “Dio”, lo fa con una voce che mi drizza i capelli sulla nuca.

Ascolto tutto il mio racconto mordicchiandomi le nocche, provando una sensazione mai provata a metà tra l’imbarazzo e l’eccitazione. Quello che ho scritto, parla. Ha una voce, un tono, un’espressività, una faccia, dei sospiri, e sta succedendo davanti a me.

È fantastico.

Alla fine, le due protagoniste annunciano la presenza di due autrici e noi si china il capo a ricevere i microapplausi del micropubblico nella microcatacomba.

La meravigliosa I. mi chiede mordicchiandosi il labbro se mi è piaciuta l’interpretazione. Se mi è piaciuta?

Dio…

 

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