So che è festa di contrada perché alle nove dopo la messa passa la banda di Tanino davanti casa suonando When the saints go marchin’ in.

Ogni anno, prima domenica di Luglio. Una contrada di poche centinaia di abitanti e addirittura due chiese, una delle quali con annesso miracolo riconosciuto di lanternino alla Madonna che continua a bruciare senza olio.

Domenica mattina, io dormo il sonno dei giusti e PEREPEREPEEE le trombe, i tromboni, i piatti e la grancassa sfilano davanti casa, in dissolvenza. Quando ero preadolescente mi svegliavo prima, andavo a messa e poi mi mettevo in prima fila sul sagrato a passare in rassegna i ragazzi con occhio precocemente cupido. La banda di Tanino è un’istituzione secolare: Tanino passa la vita a raccogliere ragazzi più o meno per strada, e gli insegna a suonare uno strumento. Li infila in una divisa bianca, pulita e con le mostrine, gli fa imbracciare un ottone e li porta in parata alle feste e anche a qualche matrimonio. E io là ad agganciare sguardi fugaci e giovani sopra le guance gonfie a soffiare nel trombone.

Ora la messa è acqua passata, e neppure mi va di andare a sfilare per sentire le vecchine con la veletta indicare e dire: “Ecco le figlie di… Ah ma ancora si sposano? Chissà che vanno facendo… eh ma quelle hanno studiato (con aria vagamente sprezzante e dubbiosa). Eh ma i giovani d’oggi. Eh ma mica è come prima… Prima ti potevi solo sposare”.

È festa e ogni tanto si invitano i parenti.

Le sorelle canadesi di papà e i rispettivi mariti. Le adoro. Somigliano a papà e svelano aneddoti divertenti prendendolo per il culo su quando era piccolo.

La famiglia di mio padre conta una prole calcistica: quattordici figli. Una nonna gravida fino a 49 anni circa, dalla prima notte con macchia sul lenzuolo alla menopausa, ininterrottamente. Il diktat era “siamo-cattolici-e-se-il-signore-ce-li-manda-noi-ce-li-prendiamo”. Gliene ha mandati quattordici, per vedere se dicevano sul serio o se alla fine cedevano. Per ricordarmeli tutti con rispettiva prole, mi sono attaccata al telefono e ho cominciato a prendere appunti e a segnarmi anni di nascita, di morte, nomi, cognomi, matrimoni e divorzi. Ho riempito a mano in caratteri liberty un A3 di pergamena infiorettata con quattro generazioni. Tutti maschi e solo tre femmine, mio padre nacque già zio, verso la fine, i primi figli avevano già figliato a loro volta. Un casino. Suocera e nuore incinte contemporaneamente, il caos. Immagino ricordarsi i nomi. Crescendo, matrimoni, parenti acquisiti, un gesuita, un testimone di Geova, un disperso di guerra in Russia, un bimbo morto da piccolo di polmonite [uno solo all’epoca era una buona media] e il suo nome subito riciclato per quello venuto dopo, emigrati a Toronto e New York, soldati, contadini, muratori. Istruzione elementare ma solo fino alla terza, perché la quarta era in città, e non c’erano le scarpe per andarci. Le scarpe no ma da mangiare sì, grazie alla campagna.

Mio padre avido di lettura leggeva l’inchiostro sciolto sulla carta da giornale con cui si avvolgeva il pesce, e il retro dei santini. Di sua iniziativa, più tardi, si è preso la terza media alle serali.

A tavola mamma si produce in due primi (tagliatelle al sugo e raffiche burro e salvia), carne (polpettone e rollè di tacchino col sughetto e i piselli con le carote), sorbetto (perché non è mica finita qui), pesce (frittura di totani e scampi e chele di granchio, e poi cozze gamberi sgusciati e seppie a dadini con olio prezzemolo e limone), insalata, cocomero, caffè. Trebbiano D’Abruzzo.

Poi, presumibilmente, la morte, come i pesci rossi.

Per digerire e sopravvivere prendo l’iniziativa di lavare i piatti, cambiati ad ogni portata, per capirci, per nove persone. Catena di montaggio, io lavo, mamma sciacqua, sorella1 asciuga e sorella2 ripone. Tempo un quarto d’ora e la macchina da guerra lascia la cucina linda e pinta come se neanche avessimo mangiato. Dopo l’impresa, l’acqua e il peso delle stoviglie da esso sostenute una per una mentre la destra roteava la spugna, il mio polso sinistro è fottuto di tendinite e i polpastrelli sono mosci di osmosi.

Aggiorno la pergamena con gli anni di nascita dei nipotini canadesi più recenti. Fotografo zia perché mi dicono che le somiglio e quando arriverò alla sua età vorrò vedere se era vero.

Stremata, mi chiudo in camera per il resto del pomeriggio.

Domani torno a Roma, e digiuno.

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