Sono sola e faccio i conti con la mia autodisciplina. Il libro mi chiama ma deve aspettare, devo tradurre, devo lavorare, non ho cartellino, non ho supervisori ma la traduzione, se non mi siedo al portatile, se non chiudo Spider, non va avanti da sola. E poi invece leggo, e poi invece gioco, e poi invece controllo la posta, e accendo una radio finora snobbata solo perché a una certa ora posso sentirci dentro una voce giovane e suadente che conosco, che oggi mi legge la storia di Joan Baez, una voce che è stata qui in casa seduta sulla sedia di vimini a leggere una volta Benni, e ieri notte Céline, a una Jun sorridente sul divano, la testa sugli avambracci e l’espressione felina e soddisfatta.

Vado a dormire alle quattro e mezza tra le pagine di Nicole Krauss, giovane moglie del giovane Safran Foer, ottimo consiglio di F., ex collega di corso rivista ieri sera davanti ad una pizza con immenso piacere e fiumi di conversazione.
Alle sette e mezza dei simpatici muratori danno inizio all’armageddon nell’appartamento sopra la mia testa. Scena classica, cuscino sulla testa, che ovviamente non basta, ingegno addormentato che cerca soluzioni, progetto tappi per le orecchie fabbricati coi dischetti per il trucco ma non ne ho, se li è portati via la Pulsa, penso a Ulisse e alla cera, pianifico di farmi legare al pennone mentre le sirene di sopra trapanano i muri, poi mi arrendo, e mi scaldo il caffellatte con sofferenza estrema. Vago rincoglionita nei pochi metri quadri di casa e non ricordo neanche come mi chiamo, non riesco a leggere né a lavorare, sono uno zombie. Solo ora riesco a tradurre un po’, dopo essermi messa con infinita pazienza e dedizione seduta a tavola a meditare sbucciando e tagliando a dadini tutti gli ortaggi rimasti in frigo per farci una caponata sbagliata, cioè senza melanzane, ché non ho voglia di uscire a comprarle. Patate, zucchine e peperoni verdi, li lascio sul supplizio della fiamma a fare il loro lavoro mentre la radio mi canta Champagne Supernova degli Oasis e io ricordo quando camminando con Pulsatilla nei pressi di Termini, dirette al cinema a passo veloce, l’abbiamo riesumata dagli archivi delle nostre adolescenze e ci siamo messe a cantarla sgolandoci per strada.

Non torno a casa da due settimane, inizia a mancarmi anche se stare qui mi ha permesso l’inebriante bagno di folla del Circo Massimo e numerosi altri accadimenti degni, ma inizio a stancarmi di stare qui da sola, perché la solitudine mi tenta e finisce sempre che prendo il telefono e chiamo, è più forte di me, non riesco a farmi i fatti miei, una casa solitaria val sempre un tentativo di riempirla, ma a volte farei proprio meglio ad andarmene a dormire. A volte.

La gioventù è naturalmente egoista e vampira e furba, e io crescendo divento invece sempre più generosa. E mi sveglio con un segno sul collo e uno sul dorso della mano, color melanzana, proprio quello che mi mancava per la caponata.

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