Tori Amos mi suona il piano.

Ho una impercettibile perniciosa voglia di romance, ora però me la faccio passare. È una voglia che porta male.

Si avvicendano storie e avventure, occasioni, giochi e episodi, ma ho raggiunto un punto evolutivo in cui non mi infatuo solo perché ne ho voglia. Quand’ero più piccola al terzo, quarto giorno con qualcuno, già in testa facevo le prove di compatibilità del cognome. Mi si sbrigliava l’immaginazione, per una sorta di urgenza romantica, anche se poi il fanciullo di turno si manifestava palesemente improbabile come coprotagonista. Ora mi sono liberata dell’urgenza, e attraverso indenne baci e notti, lucida e disincantata, e quando salta fuori un gesto dolce in un contesto salato, riconosco se è dettato da una consuetudine sociale, riconosco se viene fatto perché si pensa che una donna se l’aspetti, e un po’ perplessa penso: “Guarda che non c’è bisogno”. Però non lo dico e me lo prendo di buon grado. Qualcun altro, avvolto nel vessillo Onestà & Verità che lo caratterizzano, inequivocabile come un cazzotto in faccia, non finge niente, agisce e basta, what you see is what you get, what I see mi piace, me lo prendo, e neanche un bacio.

Non chiedo più niente. Ogni tanto non sono abbastanza rapida a mordermi la lingua e chiedo, per vedere che succede. Non succede niente. Mi viene risposto che non sono cose che si chiedono, ma io lo so già.

Mangio i frutti che cadono da soli dall’albero.

Non chiedo più.

Forse è triste.

È triste?

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