Siccome che ho tempo da perdere ho passato il pomeriggio a leggere centoquarantatré pagine di sceneggiatura che dovrebbe leggere la Pulsa. Coi capelli bagnati, stesa sul fianco, sul divano, ho inzuppato il cuscino arancione. Il bello delle sceneggiature è che sono stampate solo in bianca e rilegate con la spirale, quindi puoi leggerle stesa sempre sullo stesso fianco, senza doverti girare. Vale è stata al telefono tutto il tempo, fisso e cellulare. Io leggevo. Sulle ultime tre pagine ha riattaccato il telefono ed è venuta da me parlando. L’ho zittita bruscamente chiedendole di rimandare, la fine delle storie è sacra e non va interrotta. Mia sorella, per dire, alla fine dei libri si chiude a chiave. Leggendo ho conosciuto una tipa che non sapeva chi è. Una tipa comune senza segni particolari, una sorta di Amélie Poulain, così comune e senza segni particolari da essere un foglio bianco su cui si può scrivere qualsiasi cosa. Quando dice ad una tipa che non ha niente, la tipa le dice che tutto e niente sono la stessa cosa. Manco a dirlo, un po’ mi identifico. Il nome inizialmente mi stava sulle palle, stucchevole e colorato, ma poi ci ho fatto amicizia, anche il mio nome in fondo è colorato, di verde. Una che viveva da sola e recitava ruoli, e indossava maschere per lavoro. Che si stanca e butta le maschere una dopo l’altra. Pulita e trasparente, scazzata e disperata senza essere patetica. Che conosce persone in modo anomalo, e senza formalità. Che ha una moto e un cane della prateria. E un’amica. E un amico vecchio e solo a cui ho subito dato la faccia del mio amico ultraottantenne, che da gennaio ad oggi mi sta raccontando la sua storia, una volta a settimana, perché io la scriva. Lo sto trascurando e mi sento in colpa. Lo trascuro per la traduzione, e lo trascuro perché mi ha chiesto un sunto di quello che ha raccontato finora, per vedere cosa manca, e io non ho ancora trovato il tempo di finire di sbobinare le cassette. Stanotte ho sognato che lo incontravo in un posto e gli dicevo che non mi ero scordata di lui. Adesso faccio una cosa. Disinstallo Spider. Dannato solitario di merda a cui mi incateno e per colpa del quale, continuando a giocare come un’ebete come se recitassi un mantra, mentre canto dietro Winamp o penso, perdo ore e ore senza prendere a due mani la volontà di lavorare, agire, vivere, lavarmi la faccia, uscire. Fanculo.

Fatto. Cestinato. Questo è un piccolo passo per l’umanità ma un grande passo per Jun.

Ieri notte sola a casa mi preparo il letto, ci metto sopra il portatile, mi faccio due panini con la frittata, mi metto vicini sigarette e tè alla pesca, spengo le luci e mi concedo Quei bravi ragazzi, per riempire una delle lacune che ho tra i FilmCheNonPuoiNonAverVisto. Sbaglio a mettere il dvd, senza accorgermi che ha due lati, e inizio dal B, in inglese. Il B inizia con la moglie di Ray Liotta che citofona all’amante del marito urlandole che è una puttana e che dovrebbe “GET YOUR OWN MAAN!”. Mi pareva un inizio plausibile e anche originale. Più avanti un giovane e prestante Samuel L. Jackson e le sue mutande minimali mi risollevano l’umore salvo restarci un po’ male quando Joe Pesci gli spara a bruciapelo, mentre è ancora in mutande. Quindi vado avanti fiduciosa fino alla fine che però arriva un po’ presto. Mentre riponevo il dvd e leggevo tardivamente il retro della custodia per vedere se poi a Joe Pesci l’oscar l’avevano dato per davvero, scopro che c’era un lato A. Mi scende un gocciolone sulla fronte a mo’ di manga. Sono un’idiota. Per senso del dovere metto su il lato A e inizio a vederlo. Sembra l’inizio di Bronx. Mi abbiocco, ché sono le due. Mi sveglio con un essemmesse e mi arrendo, metto via tutto e faccio per dormire quando mi rientra a casa Pulsa, si butta sul mio letto e inizia a farmi la morale per la mia condotta libertina. Ho troppo sonno per sostenere le mie tesi e rimando il dibattito. Lo riprendo stamane e alla luce del giorno la questione perde il colore del predicozzo e assume la sfumatura della preoccupazione materna di un’amica. Le assicuro che sto bene. È vero. Gli episodi che stanno capitando non assumono nessuna sfumatura amara, sono quello che sono, e non nutro verso di esse alcuna aspettativa sentimentale. Tanto il romance, come il Natale, quando arriva arriva. La porta è aperta. Avanti.

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