Mia sorella mi mette di peso a cavallo dei miei sandali bronzei tacco – misuro – otto.

Mi si costringe a far vita mondana, a vestirmi da femmina e ad andare – argh –  a ballare – argh – a Pescara, stabilimento balneare. Mi faccio tosto offrire uno screw driver per sopravvivere. Studio la fauna. Sbadiglio. Sovrasto in statura l’ottanta per cento dei presenti, uomini e donne, il che antropologicamente mi emargina. Fumo. Assisto amica che ha perso il senno perché c’è il suo ex con un’altra. Guardo due che limonano con la lingua a vista. Sbadiglio. Mi va la sabbia nei sandali. Mi telefona tardivamente un tizio che avrebbe dovuto chiamare mentre passavo le serate a Roma con la signora solitudine. Sbadiglio. Sposto pigramente il baricentro da un piede all’altro per simulare il minimo sindacale di danza, mentre continuo a fumare e a guardare per aria cercando le Pleiadi. Guardo l’orologio. Mi vengono frantumate le balle perché “Dai! Ehi! Scatenati! Lasciati andare! Guarda come balli! Sei rigida!”. Sbadiglio, faccio l’ultimo tiro, la butto a terra, cerco di centrare la cicca con il tacco a spillo. Provateci voi. Osservo la silhouette di un africano che sembra allettante ma è controluce e non gli vedo la faccia. Yawn. Alleluia, ce ne andiamo. Cornetto. Autostrada. Casa. Letto. Sogno di chiedere un lavoro a M. C. Mi sveglia la palla di fuoco nascente davanti alla mia finestra.

Annaspo dalla noia.

Le cicale stanno ammutolendo.

Tuoni.

Sta arrivando un temporale.

Ora mi metto in costume e me lo vado a prendere tutto in testa.

A dopo.

 

 

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