Mare con due giovincelli poco più che ventenni ascoltandoli cantare gli Artic Monkeys in macchina. C’è poco sole, il mare è nervoso, per la prima volta nella vita mi viene un attacco di panico mentre faccio il bagno tra i cavalloni. La corrente mi allontana e io non riesco a tornare indietro a nuoto. Di fronte a me, grossi scogli. Le pietre mi si conficcano nelle piante dei piedi quando cerco di guadagnare la riva camminando. Fanno male, quel male che so che si trasformerà in lividi. Riguadagno terra, mi siedo su uno scoglio, il mento tra le mani, resto lì diversi minuti ad aspettare che mi si calmino i battiti. Che mi succede? Il mare? Paura? A me? E quando mai?

Prendo il poco sole disponibile, ci mette ore ad asciugarmi. Vicino, una signora over cinquanta dall’accento lombardo mette scopa a me e a Laura per prestanza fisica e topless. Una tetta scultorea, un didietro da manuale. Gli anziani non hanno più rispetto per i giovani. Noi si gioca a lasciarci cadere pietre sulla pancia per vedere quando si ferma la vibrazione adiposa, come il medico con Homer obeso. Io e Taz cominciamo a cantare, nell’ordine, Elio (Tapparella), Anna Oxa (Un’emozione da poco), Massimo Ranieri (Perdere l’amore), Laura decide di ignorarci e scuote la testa mentre rotoliamo tra le risate e scompare a testare l’idrorepellenza della sua mostruosa Nikon, rischiando di finire a Valona portata dalla corrente, o altresì di schiantarsi sugli scogli.

È tutto così ozioso, e sospeso. Sulla nostra testa, la ferrovia è in disuso e il vento scaraventa le canne contro l’inferriata.

Oggi per la prima volta ho fatto io qualcosa da mangiare a mia madre. Crepe al cioccolato, con il gelato. L’ho fatta io per lei. Mai successo prima. Ho paura di questo capovolgimento di ruoli.

Sembra autunno, l’autunno mi è sempre piaciuto. Settembre è rassicurante. Come September, everything wrong’s gonna be alright. Sa di matite e carta. È fresco, ombroso, le maniche lunghe ti abbracciano di nuovo. Si riparte su dei binari, anche se non ne ho. Sono una cazzo di locomotiva appoggiata su un prato, come nel romanzo da cui ho rubato il mio pseudonimo. Voglio meno tempo per pensare, ne ho a valanghe e non ne posso più. Mio padre si mette a fare una malinconica riflessione sulla vita dei contadini, soli dall’alba al tramonto circondati da terra, terra, terra, senza parlare. I pensieri diventano assordanti.

Io sto seminando da sola da mesi, semino CV e prego che qualcuno germogli, nei campi dei miei ventisette anni, che compirò il dodici. Cerco di non pensare che il dodici agosto dell’anno passato ero ad amoreggiare sotto le stelle del deserto del Thar. Cerco di ricordarmi solo i coleotteri. Sono stufa di questo casino in testa, faccio sogni tremendi e in sogno mi indigno, urlo, urlo, tutti sono tranquilli e io urlo e ho bisogno di cose che occupino una buona percentuale delle mie facoltà cerebrali, ho bisogno di redini. Di lavoro. Di binari. La mia abbuffata di libertà, l’ho fatta.

Presto, mi servirà anche una nuova casa.

Qualcuno che non ho mai visto mi racconta pezzi dolorosi di vita, quasi romanzeschi, poi, come al solito, facciamo le quattro del mattino digitando dolci oscenità.

Qualcuno che non ho mai visto si lascia calmare da me al telefono come un bambino, e lo vorrei abbracciare stretto, e dirgli che va tutto bene e lavargli via a schiaffi e abbracci alternati tutte le paranoie. “Ne muoiono più di crepacuore”, dice Benn Crader mosso dalla penna di Saul Bellow, quindi pensa a tenere in salute il cuore invece di inventarti malanni letali improbabili.

Qualcuno che adoro domani parte per il deserto australiano, da solo, l’adorabile folle, e io sono di diritto nel club delle ragazze che si preoccuperanno per lui. Non dimenticare di portarmi il wombat che mi hai promesso.

E ora vado a lavarmi via il sale dei cavalloni minacciosi. E stasera mi consolo con un falò.

 

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