…and I cry if I want to,

Cry if I want to,

cry if I want to,

you would cry too if it happened to you.

 

Si sa che i compleanni sono fatti apposta per amplificare ogni evento e ogni relativa reazione emotiva. Fatti due rapidi conti e considerato che la fase storica è che se mi cade la sigaretta, mi metto a piangere, immaginate l’emotività alla seconda. Sono una bomba ad orologeria.

Il primo a chiamarmi per gli auguri e a farmi ridere è anche il primo per cui poche ore più tardi piango perché io non sono sua e lui non è mio e per prima cosa ci diciamo tutto, eh, e ciononostante si creano ferite che razionalmente non dovrebbero esserci, e invece ci sono.

Sento un amico suonare il pianoforte e piango, badando bene di nascondere la faccia.

Mi arrivano i messaggi di auguri e sorrido.

Mamma torna a casa con un mazzo di fiori e sorrido.

Piango così, da un momento all’altro e senza motivo. Senza muovere un muscolo, impercettibilmente, avverto un dolore piccolo, piccolo alla base del collo, a destra, e al mignolo della mano destra, e quello è il semaforo perché due gocce si piazzino in bilico sulla mia palpebra inferiore e si lancino in discesa libera. In silenzio e senza disturbare. Neanche ci faccio più caso.

Me ne sto in giro senza meta con Laura, vado a comprarmi il numero quattro di Demian e Dylan Dog, si verificano una serie di coincidenze curiose, due persone con molti punti in comune che non si conoscono mi consigliano lo stesso autore a distanza di poche ore e di moltissimi chilometri. Devo proprio leggerlo, questo Gutierrez. Io e Laura mangiamo in cucina come una vecchia coppia alle nozze di diamante, sgranocchiamo pannocchie e commentiamo il tiggì. Io mi tengo a lei, lei si tiene un po’ a me. Il suono del pianoforte mi abbraccia e io mi lascio andare ad un altro paio di gocce silenziose.

Poi rimetto su un sorriso che sia credibile. Usciamo a piedi e per strada ci mettiamo a cantare Be my baby, dalla colonna sonora di Dirty Dancing, e la mia vocetta cartoon è perfetta a riprodurre quel falsetto. Nello stomaco, ho una noce di cocco. Piango latte di cocco a piccole dosi.

Al solito posto, mi prendo gli auguri e le coccole con una vodka in mano.

Concludo la serata con un regalo che decido di farmi. Parlare con lui una serie di ore imprecisate, con lui leggere Demian e Dylan Dog, e mettere su Ben Harper, e aggrapparsi alle rispettive paure e dimenticarle per un po’ nel modo più semplice e più antico e poi farmi preparare il tè delle cinque. Del mattino.

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