È ora, dal mio bucolico paese natìo, di far ritorno nella capitale, con quasi zero voglia in tasca, e come benzina quello che resta della mia determinazione a continuare a bussare alle porte a testate, in attesa che qualcuna si apra, se non si apre prima la mia testa. È arrivato anche il momento di tornare a servire tavoli, ho rimandato per troppo tempo ed è ora di riguadagnarsi un po’ di pane, lavorando serenamente al fresco delle sere, tornando a casa di notte, a piedi, nel silenzio. La perfetta occupazione di chi deve pagar l’affitto mentre passa le giornate a darsi da fare per raggiungere degli obiettivi. Lo faceva anche Ornella Muti in un filmetto anni Ottanta, solo che lei voleva fare l’attrice. Qualcosa di temporaneo, manuale, tranquillo, uno di quei bellissimi lavori pratici che mettono in pausa le meningi dopo giornate di traduzione, o di studio. Ho persino pensato che non mi dispiacerebbe, proprio come progetto di vita, essere traduttrice di giorno e cameriera di notte. La mente e il braccio, l’intelletto e l’umiltà.

A. si innamorò di me guardandomi servire in pizzeria. Era il mio ultimo giorno di lavoro e gironzolavo tra i tavoli con cinque piatti nelle mani, ondeggiando la coda di cavallo e muovendo le labbra tra me e me seguendo il cd, e quella sera – mentre alzavo le sedie sui tavoli a fine serata, chiedendomi perché non si avvicinasse – lui prima pagò e uscì, poi tornò dentro e mi chiese, intimidito e con le labbra macchiate di Collesecco Rubino Montepulciano d’Abruzzo, se non mi andasse di fare un giro.

In quello stesso posto sono passata sere fa a prendere due pizze da asporto e ho attaccato bottone col cameriere attuale. Mi sono ritrovata a raccontare gli attuali fatti miei a lui, all’altro cameriere, alla cuoca e al pizzaiolo. Una fitta di nostalgia per tutte le serate passate lì dentro, per tutte le cose successe in quegli anni, per le sedie alzate e la ramazza passata con la sigaretta in bocca e la camicia sbottonata, e fuori dai pantaloni, e il pensiero degli esami all’università, e la fine del mio primo grosso interminabile amore e l’inizio del secondo, sul filo di lana.

L’estate mi è scivolata carezzevole tra le mani come l’acqua del mare, dormendo sotto il sole, nuotando per non soffocare, temporeggiando sulla doccia per godermi l’odore di mare sulla pelle, e i capelli pesanti, stopposi di salsedine, la pelle che tira piacevolmente. E poi la sera concerti, e serate di paese, degustazioni e musica, montagna e mare, guidare di notte e perdersi per trovare il concerto di Roy Paci, saltare e sudare tra la gente e fare tanto d’occhi incantati alla vista del frontman congolese simil rastafari, e poi la sera dopo ritrovarsi alla sagra del tartufo su per le montagne in abitini da sera e tacchi, accompagnate da D. con la maglietta di South Park, a formare un terzetto quantomeno improbabile e strafogarci di menu al tartufo a dieci euro a testa mentre l’orchestrina suona la mazurca.

Dico a L. che sta affrontando tutto quello che sta affrontando con un poderoso ammirevole paio di palle e una tonnellata di ironia. Lei mi dice: “Ho imparato da te”. Io quasi sbando con la macchina.

D. mi dice – non ricordo in quale contesto – “Tu non saresti innocente neanche con una maschera da saldatore”. E io lo prendo per un complimento.

Qualcuno è sparito da un giorno all’altro e per quanto possa suonare ridicolo, mi manca.

Qualcuno sta finalmente per uscire dal telefono per presentarsi su un binario.

Per la cronaca, per chi non fosse stato attento, dal 23 al 30 porto qui baracca e burattini.

Poi torno, eh.

Annunci