Dopo aver dormito la bellezza di dodici, tredici ore e aver fatto colazione con pasta e fagioli, sono pronta a buttare giù le memorie di una sopravvissuta.

Sento il dovere civico di annunciare, dopo averlo provato sulla mia pelle per diversi anni consecutivi, che la notte bianca romana porta una sfiga che un gatto nero che passa sotto una scala rovesciando del sale e rompendo uno specchio, al confronto, è di buon auspicio.

Io e L., vittima con me di svariate sventure, si è concluso che l’anno prossimo ce ne stiamo a casa, (se sono a Roma riparto apposta), si appende una treccia d’aglio sulla porta, si chiude a chiave e si recita il rosario tutta la notte (o ci si fa una maratona di dvd, ché magari ci è più congeniale).

Andiamo con ordine.

Alle quattro del pomeriggio mi avvio gioiosa verso la stazione Tiburtina per prelevare i due compagni della serata in arrivo dalla casa madre. Gli uccellini cinguettano e io ho dormito come un ciocco di sequoia. È un buon giorno. Per morire.

Io, che da febbraio ad oggi da brava dissidente ho obliterato ben pochi biglietti, dovendo fare due minuti di tragitto, tento la sorte una volta di troppo. Quando il controllore arriva io non faccio neppure una piega per contestare. Provo timidamente a dichiarare di non trovare documenti, frugando nella borsa, ma quando lui dice Bene, allora dovremo ricorrere alle forze dell’ordine per verificare la sua identità, tosto spunta dal mio portafoglio il tesserino del codice fiscale. Il tragitto era così breve che quando arriviamo al capolinea dove devo scendere, il controllore sta ancora compilando la sudata carta. Ha cinquanta euro? – Magari, dico io. Bene, allora sono 101 da pagare all’ufficio postale. – Ottimo. Scendo col mio foglietto blu e l’aria più rassegnata del secolo, già vedendomi a vendemmiare a giornata per pagare la multa, e vado a prendere i giovin signori. Inizia a pioviccicare. Mi accendo la sigaretta e una suorina sdegnata vicino a me si sposta cinguettando Io questa roba non la posso respirare! L’autobus si degna di arrivare e abbraccio L. e D. Non avendo molta voglia di vendere il mio corpo per un’eventuale seconda multa, vado a fare i biglietti e il fato mi manda un segnale per farmi capire che sto facendo la cosa giusta. Trovo cinque euro per terra. Passiamo un pomeriggio d’ozio e sollazzo per poi finalmente uscire. Caparezza a San Lorenzo, la luna, e camminare a oltranza fermandoci quando L. si ferma a puntare il suo grosso obiettivo su qualcosa. Nei pressi del Colosseo, mentre guardiamo uno spettacolo di strada con enormi giraffe rosse manovrate da due cristiani ciascuna, diciamo addio al portafoglio di L. Passiamo l’ora successiva a far telefonate per bloccare carte, e a fare il triste inventario funebre di ciò che c’era dentro. Con una certa filosofia, procediamo alla ricerca della mostra di Henri Cartier Bresson. Incontro mia sorella in giro. Per caso. Mentre ci parlo al telefono. Che non è come dire che la incontro la mattina in cucina a casa nostra mentre fa colazione leggendo l’oroscopo del televideo. Quando arriviamo a palazzo Braschi, la mostra ha chiuso da cinque minuti. Camminando camminando si rende necessario un caffé ma io decido che voglio un frappé alla nocciola. Una volta pagato, vado al banco e c’è solo frutta. Ripiego sul melone, oramai impassibile alle sfighe grandi e piccine che siano. Non resta che sgambettare verso l’evento finale. Lungo via del Corso incontro mia sorella un’altra volta. Camminiamo da ore ormai e le articolazioni delle anche mi scricchiolano e fanno male, immagino le gambe fermate ai fianchi con due perni, come quelle delle Barbie se ne avete mai rotta una. Seguiamo il fiume umano diretto al Pincio per il concerto di Capossela, e nel primo tratto della salita da Piazza del Popolo tutto scorre così tranquillo che il senso di appartenenza e comunanza di intenti è quasi piacevole, rassicurante. Ma ricordiamoci che qua si parlava di sfighe. Ho avuto la prima crisi di panico della mia vita o perlomeno le somigliava molto. Sull’ultimo tratto di salita al colle tutto si blocca. Sulle scalette ripide, una massa di gente strettissima e soffocante, immobile. Che spinge. Forte. Gomiti tra le costole, aria che manca. Qualcuno – che spero in questo momento dove si trova cada, inciampi e si rompa i denti davanti – dall’alto della fila, un paio di volte ha la brillante quanto incredibile idea di dare una spinta forte all’indietro.

Per dire l’equilibrio della folla sul pendio, io ho pensato ecco, adesso precipitiamo tutti a domino e ci schiantiamo in piazza del popolo.

Ho urlato. M’è venuto da svenire. Poi ho pensato che se fossi svenuta lì ci sarei rimasta.

Dall’alto una fila di inutili residui di umanità che erano già arrivati sulla cima, avevano la fantastica idea di sfottere e sobillare la folla sottostante che stava per perdere la ragione già di suo.

Quando finalmente tutto si è sbloccato, L. ha sentito la mia mano nella sua tremare incontrollata, mi ha guardato e sono scoppiata a piangere con dei singhiozzi che non ricordavo da quando ero piccola, senza riuscire a smettere. Non un cristiano di protezione civile o polizia ovviamente era in cima a quel passaggio obbligato per regolare il flusso della folla.

Il sole sorge, Vinicio inizia. Io sono stordita dal sonno, da tutto quello che è successo, dal piccolo shock. Mi butto sull’erba di Villa borghese e ascolto la musica. L. se ne va in giro a fotografare l’umanità varia ed eventuale che dorme, rolla o balla sull’erba.

Alle nove del mattino, mi rifiuto di andar via per dove siamo arrivati. Attraversando il parco che si sveglia, e schivando i podisti della domenica, sbuchiamo nel sole della scalinata su via delle Belle arti, e ci addormentiamo sul tram.

Senza biglietto.

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