Se qualcuno mi trascina e mi mette a cavallo di due ruote, esco. Se no, no.

Stamattina mi sono alzata alle sette, ma alzata è una parola grossa, diciamo che ho deambulato fino al bagno e tra conscio e inconscio ho bevuto il caffè con tre cucchiaini di uno zucchero che non zucchera, rimasto nella zuccheriera da quando l’amico chef lo portò per squagliarlo e farne, sventolando la forchetta, luminescenti ragnatele di glucosio con cui acchittare (no Word, non intendevo acchitare, che poi cosa vuol dire acchitare? Impara il romano, fammi un favore) le crepes con le pere sciroppate saltate in padella col pepe. (Pausa per riprendere fiato dall’inciso più lungo della storia). Ma dicevamo del caffè. No, dicevamo di stamattina. Con un occhio sì e uno no ho preso la metro e ho accompagnato amica A. all’Eur per una roba importante, l’ho messa sulla via, col grembiulino e il cestino della merenda, e sono stramazzata su una panchina lungo il laghetto a lasciarmi sbaciucchiare la faccia dal sole con le cuffie (io, non il sole) e a tentare di finire Bellow – che devo dire, dopo averlo lasciato frollare per un po’, ora è stranamente diventato più digeribile. Poi mi sono messa il libro sulla pancia e ho chiuso gli occhi tamburellando Charlie Big Potato con le dita sul libro. E poi l’amico chef è venuto a svegliarmi solleticandomi la fronte con una foglia. Ho fatto finta di tornare vigile e siamo andati in gelateria. Siamo andati in gelateria perché io dovevo pagare una scommessa. Il bambino di Thank you for smoking no, non è quello di Omen. Aveva ragione lui. In quella gelateria mi sono sparecchiata le papille assaggiando delle cose che mi hanno fatto seriamente riconsiderare quelle poche certezze messe su in ventisette anni di vita con lacrime e sudore, tipo che il dolce è dolce e il salato è salato. Ho assaggiato, qua, qua su questa mia lingua, vedete: GAAA. Questa. Ho assaggiato il gelato al gorgonzola. Il gelato al tonno e fagioli. Il gelato alla Guinness. Ho detto assaggiato, poi invece nel cono mi sono fatta mettere Nocciola D’Alba, Pinoli e Mandorle tostate. Non scherziamo. E la sopraffina panna non dolcificata dei veri intenditori. Per non uscire dal campo semantico del gusto, sempre con questa lingua, la stessa di prima, l’altra sera, dopo aver pianificato un kebab, mi sono invece ritrovata in un posto costoso a centellinare gnocchi di rape rosse su un letto di purée di pecorino e acciughe spolverate di bottarga. Un posto in cui la cameriera vi mette il piatto davanti recitando a memoria il nome del piatto, e OMMIODDIO ruotando precipitosamente il piatto di centottanta gradi quando si accorge che l’involtino di verza non è dove dovrebbe essere secondo il piano urbanistico dello chef. In questo posticino io sfoggiavo la camicia rossa dylandoghiana con la cravatta e le scarpe da tennis. Il compagno di merende, una maglietta con su scritto “Senza fondo”. Per dire.

Devo scrivere un racconto entro otto giorni, leggerne e valutarne una trentina, scrivere quindici schede di ottocento caratteri su quindici libri che non ho letto entro quattro giorni, editare un romanzo e un racconto, mangiare, ogni tanto, dormire, ogni tanto, e lavarmi soprattutto, compulsivamente, perché in questa settimana, proprio questa qua, in un momento a caso di queste (sette per ventiquattr…  sett quattord ventun ventott riport du sett quattord più due riportat sedic) centosessantotto ore, qualcuno suonerà al citofono, dirà Sono io, io sverrò, poi rinverrò e aprirò la porta. E poi eh. E poi che ne so. Poi muoio dall’emozione, credo, oppure faccio un caffè ostentando sicumera. E poi forse, che ne so, ma mica è detto eh? mi trasformo in un hentai, e stavolta dal vivo.

Ma anche se invece no, chi se ne frega. In questi ultimi giorni sono regredita a quattordicenne, esultando e saltellando, stando in ansia, immaginando, imbambolandomi sorridente davanti a film con mostri ammazzati con la piccozza mentre nella mia testa giravo un altro film, ascoltando un file, una voce, dieci quindici venti volte. Emozione.

Chi se ne sbatte di cosa succede adesso.

Era da un pezzo che non mi emozionavo, questo solo conta.

Ah. Un ventidue settembre di parecchi anni fa ho fatto l’amore per la prima volta. C’era l’arcobaleno.

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