Aspetto.

Mi tremano le mani di un’agitazione strana; ho chiuso il portatile, mi sono vestita, mi sono truccata. Ho lasciato Mezzanine nello stereo, Massive Attack, la colonna sonora per fare sesso prediletta da più gente di quanto credessi. L’ho messa su ieri sera nell’eventualità che qualcuno arrivasse, quel qualcuno che aspetto, ho spento le luci, acceso la lampada rossa, e ho aspettato. Non è arrivato nessuno. Mi ha preso un torpore invincibile e senza struccarmi mi sono lasciata precipitare in un sonno abissale.

In questa stessa città da quarantotto ore sta respirando una persona che non ho mai visto, con cui però ho parlato, e parlato, e anche se il messenger non ha ancora il plug in dell’olfatto, del tatto e del gusto,  io l’odore del suo collo l’ho sentito, e le sue mani addosso le ho avute, e lo so già di cosa sa la sua pelle. Da un momento all’altro lo avrò di fronte. Suonerà al citofono di casa mia, senza trovarmi, gli si dirà che sono uscita, e che no, non si sa dove sono andata.

Tremo, da due giorni mi nutro di sigarette e nelle mani mi scorre più nicotina che plasma, ed è per questo che scrivo.  La sigaretta scioglie le dita e le fa saltellare nervose e impazienti di dire la loro.

Sono uscita, dopo essermi preparata senza fretta. Ho preso la macchina fotografica per sfruttare la luce crepuscolare e decidermi ad entrare nel cimitero monumentale, a immortalare in bianco e nero una lunga serie di statue. E invece no. Sono le sei di sera, e mentre mi avvicino sento tintinnare le chiavi del custode. Senza bisogno di leggere il cartello, faccio un deluso dietro front. Mi fermo al distributore e compro le sigarette, via la plastica, via la stagnola. Accendino. Cammino verso il parco tamburellando piano le dita sulla borsa, al ritmo di Norwegian wood. Prima di uscire ho inviato un email a qualcuno che ha cominciato a scrivermi impersonando Toru, il personaggio di Murakami. Io gli rispondo come Midori. Non ho idea di chi sia. Le lettere sono lunghe righe di poetico nulla.

Aspetto.

In giro c’è poca gente, vecchi e passeggini e cani e studenti a riposo. Ognuno di loro potrebbe essere lui. Aspetto.

Sono al parco su una panchina vuota. I cani che attraversano il mio campo visivo vanno tutti a pisciare sulla medesima grossa foglia secca, secondo un misterioso accordo. Ognuno sente l’odore del precedente e tenta di cancellarlo col proprio. Le storie degli uomini non sono poi tanto diverse. Un segno di proprietà qualsiasi, l’odore su un angolo, o una bandierina su un cocuzzolo, una dopo l’altra, finché si resta senza bandierine, e pieni di buche e di odori.

Aspetto il prossimo collo in cui sprofondare il naso.

Mi tremano le mani.

Fumo.

E aspetto.

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