Come una cimice che sbatacchia sui lampadari, rimbalzo da una città all’altra, da un posto all’altro, sto più tempo dentro gli autobus che dentro casa. Casa? Quale casa?

C’è quella dove ogni sera devo aprire il divano letto matrimoniale, buttarci sopra, al centro, la pallottola di coprimaterasso, lenzuolo, lenzuolo bis e copriletto, che ho appallottolato al mattino, e svolgerla come un rotolo di pasta sfoglia surgelata, e infilare solo tre angoli, quello sotto la mia testa, quello davanti al piede sinistro e quello a fianco al braccio destro, perché il quarto, in corrispondenza del piede destro, non entra. La stessa casa da cui esco solo se costretta, dentro cui mi imbozzolo, e anche uscire a ritirare lo stendino mi sembra un viaggio, e mi porto l’ombrello. Quella casa col cortile, dove vorrei fare amicizia con gli studenti nuovi che si sono insediati nell’appartamento vicino, ma mi vergogno, e allora apro la finestra e alzo il volume di winamp per incuriosirli con quello che ascolto, ed esco a stendere il bucato quando c’è anche una di loro, che mi dà le spalle e io aspetto che si volti un attimo per dire Ciao, e invece anche se sa che sono lì non si gira mai. Stronza. Se mi leggi, fai due più due, e la prossima volta girati, che ho voglia di offrirti un caffè.

La casa dove fumo di continuo (chain-smoking: accenderne una col mozzicone della precedente. L’ho letta sull’ultimo libro che ho letto. Il cui titolo è incluso tra queste due parentesi ma non vi dico dove) solo perché posso.

E poi c’è la casa dove non posso fumare, e non mi manca neppure, la casa dove Jordan e Emma si sbranano per chi deve farmi le feste per primo, la casa dove la cucina odora proprio di cucina, di caffè, di sugo, di uva fragola e mele, e non sono mai da sola e non devo mai lavare un’unica tazzina da caffè o un unico piatto, la casa dove ho una macchina, dove mi godo la strada e mi stupisco ogni volta di saperla ancora guidare, la città di cui conosco ogni angolo e quando passo per il Corso incontro Jordan che si fa il suo giro mondano. La città dove il letto lo trovo già pronto. Con le lenzuola pulite. Con le mie pareti rosse alla Lynch, e i quadri di A. e il quadro di L. e i librilibrilibri. La mia finestra, e fuori il noce, e la collina e i fili della luce.

E poi ci sono altre case, dove vado a passare la notte per abbracciare via le paure di un esserino morbido che chiede il mio aiuto, e autobus che prendo per tornare a casa di domenica mattina, autobus che fanno la statale adriatica, e mi fanno vedere il mare che anche se è finita l’estate sta sempre là, ed è torbido e bello, e mentre lo guardo penso a te, torbido e bello, come tu stai pensando a me sul treno sull’altra costa dello stivale, proprio in quel modo lì, e mi scappa un’aria sognante che l’autista mi sgama dallo specchietto.

Tutte queste case e queste strade e io che rimbalzo da una parte all’altra.

Da settimane non faccio che bilanci e mi rendo conto che è ora di cambiare forma mentis, mi accorgo che sono una donnina senza opinioni e che non prendo decisioni e che sguazzo nel caso, coi remi in barca, e non impugno i remi se non ci sono proprio costretta. Che sono sempre neutrale come la Svizzera e flessibile come un giunco e che se la flessibilità per gli orientali è un pregio, qui in Occidente viene più facilmente vista come mancanza di personalità. Decido (decido) che è ora di prendere delle posizioni, o almeno di far finta e sembrare convincente, così, giusto per acquisire credibilità e non sembrare sempre una cosetta fragile, tremante e vulnerabile, che peraltro non sono affatto. E poi sul suddetto libro a un certo punto c’era scritto questo: “Decisions. You can’t be an editor if you can’t make decisions”. E io ci sono rimasta sotto e ho capito che dovevo cominciare a decidere.

Macino via le scadenze di lavoro, scrivo schede, edito libri, leggo, valuto e faccio pause controllando le barre di Emule che sono ipnotiche e mi calmano.

Sentivo la mancanza di una tossicodipendenza e ho deciso che sarebbe toccato a Grey’s anatomy. Prima e seconda serie, e colonna sonora fissa su Winamp. Alla seconda puntata mi sono già innamorata di tutto il personale di colore dell’ospedale e di Meredith e sento il bisogno irrefrenabile di iscrivermi a medicina e trasferirmi a Seattle.

Mi dicono “Scrivi, scrivi, scrivi”. Non sono d’accordo. Quando avrò una storia da raccontare, la scriverò. Per la fuffa sconclusionata e sfusa, mi basta e mi avanza il blog.

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