Mina ha una quarantina d’anni e non ci si crede. È sottile e muscolosa e scura e viene dal Marocco. È qui da quattordici anni. Sorride sempre con quei denti bianchi bianchi e i capelli neri neri ricci, anche i capelli sorridono. I boccoli neri. Sorridono. Quando arriva si toglie la maglia e si infila la camiciona per mettersi a pulire, e io ho visto la sua schiena scura scura e liscia e coi muscoli sottili e forti. Bella.

Mina ride sempre, è sposata e ha figli. Il nome del marito significa In alto e io lo trovo bellissimo. Ci dice beate voi che non siete sposate, era bello da giovani. Sempre sorridendo lascia cadere frasi semplici e vere, tra un silenzio e l’altro. La vita è dura.

Lavora un sacco ed è gentile. Le offriamo un caffè d’orzo, lei lo vuole corto, io medio, la Pulsa lungo. Sul tavolo, Valeria dispone il trio di tazze in ordine crescente, zucchera in proporzione e ci sediamo con le sigarette, tutte e tre. Mina ci racconta com’è che è arrivata qui, e quanto le manca Casablanca, e l’occhio nero inchiostro si fa lucido. Se lo stropiccia e dice che le è andato il fumo negli occhi. Il marito lo ha conosciuto qui, e ride quando dice che anche lui è marocchino e invece sono venuti a conoscersi qua a Roma. Sorride ed elenca tutte le città italiane che ha girato prima di decidere che Roma era la più simile a Casablanca, la più bella e luminosa e umana, e fermarsi qui. Treviso, Udine, Milano, Brescia. Ci parla del freddo, del buio e della gente sospettosa che non ti presta l’accendino. E della luce che c’è qua e della gente simpatica. Poi sorride, ringrazia per il caffè e ricomincia a lavorare.

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