Se c’è una cosa che non ho fatto quasi mai nella mia città è girare a piedi, a parte le eventuali vasche serali. E invece ora sono a piedi, si è detto, ma mica ci diamo per vinti, qui. Scrocco un passaggio a mia sorella almeno dalla valle degli orti fino all’inizio della civiltà. Scende dalla macchina un misto – come mi ha detto oggi un amico – tra Fonzie e La casa nella prateria. Il solito giubbino di pelle stretto stretto, e una gonnella svolazzante marrone a quadretti, di lana pizzicosa . Gli stivali bassi e il blocco per scrivere. Perché io a casa non scrivo una mischia (minchia, word, ho detto minchia, ora te lo aggiungo al vocabolario, da bravo, fai "aaa") e questo lo si può intuire dal mio rapporto con Internet. di cui qua e là abbiamo già dissertato.

Parentesi sul mio rapporto con Internet, poi torniamo per strada con me e il blocco.
Magari apro un bel documento nuovo nuovo, bianco bianco, e dico Ecco, ora scrivo il racconto del secolo, e poi:

Uh ora controllo i commenti sul blog (click: firefox)

Ah ma chissà se quella puntata di Chobin/ film di Wong Kar Wai/ album di P.J. Harvey ha finito di scaricare (click: Emule)

Eh ma devo masterizzare un dvd mi sta finendo lo spazio su D: (click: NTI)

Ih guarda, Vertigo ha appena effettuato l’accesso, ciao Vertigo! (click: Msn)

Oh ma poi di preciso che cos’era il gomasio? (click: wikipedia)

Ah ma grigie si scrive con o senza la i? (click: Demauroparavia)

Mh ma poi sulla terza persona di dare ci va l’accento? (click: forum/accademiadellacrusca)

Nel frattempo il documento nuovo nuovo bianco bianco si è chiuso da solo per disperazione, senza salvarsi le modifiche ché tanto non ne aveva, sepolto sotto sette otto altre finestre.

Quindi dicevo, sono in giro col blocco. Sottobraccio. Mi accendo la sigaretta e vado saltellando nei mucchi di foglie così rosse e gialle che il Canada non ci interessa neanche sapere dove sta di preciso. Fa freddo ma è un freddo buono, lo respiro forte, ha un buon sapore. Sono le quattro e sta già calando il sole e il cielo mi sfodera gli stessi colori delle foglie. Vado a farmi accorciare la frangetta perché non ci vedo più. Mi sbrigo presto e devo perdere due ore prima di vedere Dean e andare a scrivere con lui in caffetteria col tè e il brusio della gente. Allora me ne saltello fino in centro badando bene a far svolazzare la gonna a destra e a sinistra. Vado a sedermi nel caffè dove ho lavorato mentre studiavo. C’è un gusto sottile a farsi servire dove una volta hai servito, ma poi mi accorgo che mi piaceva di più lavorarci. Era molto più mio. E soprattutto, la cioccolata con la panna me la facevo da sola e me la offriva la casa. Mi vado a sedere a un tavolino al piano di sopra che si affaccia di sotto, come Maria Antonietta sul balcone, e mi faccio seguire dalla cioccolata e un pezzo di Sacher sepolto sotto una colata lavica di cioccolato fuso e scortato da due poliziotti di panna.

Apro il blocco e scrivo. Scrivo e riscrivo. Bevo e mangio, e scrivo. Ho ancora tempo da perdere e allora rileggo, e poi copio in bella, così, per il piacere di scrivere a penna per una volta, ché mi fa pure male il polso perché non sono più abituata e il callo sul medio destro stava quasi sparendo. Poi è arrivata l’ora e Danilo avrà aperto la Caffetteria ormai, e allora pago, esco, sigaretta, attraverso la piazza e mi siedo sullo scalino a finire di fumare. Dean arriva, entriamo, tè all’arancia e cannella per me, english breakfast per lui, legge, ridacchia e approva. Ne comincio un altro, va.

 

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