Ma può essere che una tiene tanti pensieri e si deve sentire il tarlo del senso di colpa perché non aggiorna il blog dalla notte dei tempi? No, non può essere. Eppure è.

Il 24 novembre è arrivato e se n’è anche andato da un pezzo, e da allora non è successo ancora tutto quello che Paolo Fox mi prometteva dall’inizio di quest’anno apocalittico. Io sto ancora aspettando impettita e sorridente come una bambina davanti al furgone del gelataio che arrivino le magnifiche sorprese e le opportunità e i fiori e i colori, e il gelato già che ci siamo (shht, non facciamo i maliziosi).

Trascorro in questa casa i miei ultimi giorni (non nel senso che sto morendo ma che devo traslocare) e cerco di godermene ogni angoletto, di fissare i particolari nella memoria, questa sedia, questo tavolo, tutto l’arancione, tutto il blu, tutto il verde e il giallo e le giraffe sul muro e il posacenere a colonnina e i ricordi, e i pianti e i canti, e il gatto Ugo, e la vicina cantante che fa i vocalizzi aaaaaaaaaaa…

Continuo a fare un sacco di cose senza poter effettivamente dire che ho un lavoro, e le cose che devo fare vertono impercettibilmente, ma costantemente sempre di più verso un comune denominatore sul quale non oso sognare troppo: scrivere.

E quindi gironzolo per le strade immaginando storie e fissando dettagli su cui poi agglomerare una trama. Tipo che oggi ho visto per terra per un lungo tratto di marciapiede mucchi di gialle foglie di ginkgo, e d’istinto ho guardato per aria per trovare l’albero, e l’albero non c’era. Neanche altri alberi, hai visto mai che un arancio per una volta svaria e perde foglie di ginkgo, niente, e allora ho guardato i balconi, e niente neanche là, e poi ho passato mezz’ora a pensare Da dove cazzo sono cascate queste? E poi ho pensato a te, se mi leggi ancora, e a quella volta che mi hai regalato una foglia gialla di ginkgo con una lettera bellissima, e l’avevi scelta accuratamente perché le due parti della foglia bilobata fossero giuste e ci somigliassero, prima di unirsi nello stelo. E ho pensato Adesso ti chiamo e invece poi no, non ti ho chiamato.

E questa settimana ho fatto cose e ho visto gente. Ho camminato così tanto che ancora mi dolgono le chiappe. Mi sono rimessa la gonnella, e le calze verdi, e il cappottino arancione anni settanta, saltellando tra le foglie cadute che fanno frusc frusc. Sono stata a uno spettacolo teatrale di drag king seguite da un monologo di Helena Velena e mi è sembrato, dopo averne viste tre serie, di essere saltata a piedi pari sul set di The L word e di stare a Los Angeles nel sentirmi chiedere Tu sei lesbica? come se mi stessero chiedendo Di che segno sei? Grandioso. E poi stasera me ne sono andata nel pubblico della Dandini con A. a vedere a pochi metri la suddetta, Marco Travaglio, Vergassola, Rivera, Lello Arena e De Caro. Così. A ridere e applaudire, e quasi quasi la si fa diventare un’abitudine (sto dietro la capoccia di Vergassola, stasera alle 23.40, se siete curiosi, una cosa verde con la frangetta e il sorriso ebete, e se vi sembro grassa, un po’ è vero ma un po’ è colpa della tv, eh).

E mi sono ritrovata pressata nella metropolitana in mezzo ai cidiellini impazziti e bandieramuniti che hanno invaso la capitale ieri, e in testa immaginavo scenette tipo qualcuno che mi faceva il lumacone e io ci dicevo – Ragazzo, non c’è storia, abitiamo due mondi diversi, sono una sporca comunista – e tutto il vagone OOOOHH! Ma poi invece, appunto, la scenetta è rimasta nella mia testa ché io di fare queste cose non ho mai il coraggio e poi non sono questa integralista politica, solo che la CDL no, proprio no. Ho detto no.

E comunque, boh, mi sento bene. Non lo vorrei dire troppo forte, ma mi sento bene. C’è una specie di vortice di cose che succedono di continuo che mi tiene sospesa come un hovercraft d’amore (a chi coglie la citazione, un grattino virtuale).

 

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