Il mal di sonno, uh, me l’ero dimenticato. Quando ancora stavo con lui e ancora lavoravo lì, e quasi tutte le sere mi addormentavo da lui e poi mi svegliavo nel panico Cazzo sono le quattro! E volavo a casa a dormire quel pugnetto di ore e rientravo piano piano e facevo Shht a Jordan che mi faceva le feste, e mi levavo le scarpe e mi spogliavo per le scale per fare meno rumore, tanto poi lo sapevo che mamma o papà mi sentivano e un borbottio di disapprovazione me lo facevano per contratto, la mattina, e io a occhi bassi me lo prendevo con il caffellatte e non facevo un lamento perché era così presto, ma così presto, e io non avevo fatto in tempo ad iniziare a sognare che la sveglia del cellulare già stava suonando e però non avevo il diritto di lamentarmi perché me l’ero cercata io e in fondo mi stava bene così, che dormire insieme almeno un po’ era bello, e poi al lavoro mi facevano male tutti i muscoli e mi bruciavano gli occhi e anche la pancia faceva male e avevo freddo, anche se mentalmente ero lucida e quello che dovevo fare lo facevo lo stesso. Questo per tanto tempo, per tanti giorni. E sopportavo il mal di sonno.

Me l’ero dimenticato.

E stamattina mi sveglio che è ancora buio, e da quando mi sono messa a letto all’una ho aperto gli occhi ogni ora convinta di aver sentito il bip del cellulare, per paura di non svegliarmi in tempo, poi guardavo l’orologio e no, erano ancora le due, erano ancora le tre, erano ancora le quattro, erano ancora le cinque, e poi mi sveglio l’ultima volta, definitiva, esattamente alle 5.39 quando la sveglia era puntata alle 5.40, e ho dormito così superficialmente che svegliarmi non mi pesa, per ora. È buio, ancora. Accendo il fornello sotto la caffettiera già pronta e mi preparo in automatico, esco ed è buio e anche il panettiere ha ancora la saracinesca abbassata e sono tentata di bussare e farmi allungare un cornetto, e però dai mi faccio i fatti miei, e anche il bar dove ho immaginato l’ultimo racconto che ho scritto è chiuso, gli volevo dire che là dentro ci avevo fatto nascere un racconto, e glielo dirò, ma comunque meno male che il caffè me lo sono fatta da sola a casa, e aspetto il tram e in giro non c’è un’anima, e sul tram, e sulla metro, vedo l’agglomerato di umanità più cereo e cupo e triste e stanco che io abbia mai visto, il popolo delle sei del mattino, però dai, va bene lo stesso, ché poi il sole spunta, e vado al mio primo giorno di lavoro e fila tutto liscio e quando esco c’è il sole e sulla metro adesso la gente è colorata, mica come prima, e faccio anche un paio di cose belle prima di tornare a casa e mentre cammino con le cuffie mi ritrovo ad andare al passo con i Cake e a muovere le labbra sul testo di Perhaps perhaps perhaps, e poi sono a casa e il pezzo di pizza e la coca cola e le tre puntate di Grey’s anatomy hanno un sapore buono di meritato, anche se ho ancora il mal di sonno, ma tanto stasera si dorme di brutto, e domani mi posso alzare un po’ più tardi perché attacco alle dieci, e ma sì va, che le cose vanno bene, anche se sono sola, vanno bene, le cose succedono, ne succederanno anche altre, lo so.

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