Caro tu, o presumibilmente, cara tu che sei giunta qui cercando su google GARKO MINCHIA, mi sembra doveroso dedicarti una menzione. Cos’era, la lista dei regali che volevi per Natale? Be’, qua io non ce l’ho, se ce l’avessi forse non avrei un blog, avrei ben altro da fare, quindi in un certo senso o voi che leggete, se leggete, dovete ringraziare il suddetto che com’è giusto che sia manco mi conosce e mi gira al largo.

Roma è avvolta di lucine, che scintilleggiano dietro le tapparelle del mio balcone creandomi un piacevole effetto stroboscopio sulle pareti quando cerco di dormire. La mia nuova casetta mi ha accolta a braccia aperte e con lei le mie nuove coinquiline. Per dire l’affetto che mi circonda, l’altra notte ho sognato che una via della mia città era invasa dal risotto allo zafferano e funghi (ottimo peraltro), e S. coglie l’occasione per prepararmelo per cena. Quando si dice che gli amici ti aiutano a realizzare i sogni. Allegramente collegate con Fastweb, questa è una di quelle famigerate case in cui le coinquiline comunicano su messenger, anche io e R. che dividiamo la stanza. Se R. deve mostrarmi un sito, una foto, farmi sentire una canzone, prende e mi passa direttamente il link, senza neanche dire “Oh Sì, guarda un po’ qua!”. Ogni tanto qualcuna si alza dal suo giaciglio e va nell’altra stanza a recuperare un po’ di sano tradizionale dialogo e contatto umano. Ho un letto. Qui ho un letto. Capite? Un letto che sta qui e non si muove, quando torno a casa mi aspetta scodinzolandocon le pantofole in bocca e io ci butto sopra tutto, la giacca, la borsa, l’iPod, la sciarpa, le sigarette e me. Sopra. E lui se ne sta lì. Bisogna ricordare che in casa Pulsa io avevo un divano letto, matrimoniale sì, ma un divano letto. Ora, ci ho fabbricato parecchi bei ricordi su quel letto, ma sappiamo che il divano letto per sua natura è incostante e capriccioso. Non prende mai l’iniziativa. Ti ci vuoi buttare? Lo devi aprire e lo devi preparare. Ti svegli e vai di corsa? Non è affar suo, lo devi disfare e richiudere. E invece questo sta qui e scodinzola e fa tutto quello che gli dico io, compreso fagocitare i calzini che mi levo nel sonno perché ho caldo. Perché in questa casa fa un cazzo di caldo. E io sto sempre a maniche corte e ci esco anche sul balcone a maniche corte a fumare, tanto il raggio d’azione del calore di questo riscaldamento centralizzato si estende anche a un paio di metri al di fuori dei muri. Fico. Fa così caldo che non ho freddo neanche quando esco perché come un pannello solare ho accumulato calore per l’intera giornata.

Prendo parecchia metropolitana.

Una delle cose che mi aiuta a svegliarmi alle 5.30 per poi prendere la metro ed essere al lavoro alle 7 è sapere che sotto la metro mi aspetta lui. L’omino. L’omino diengì giuels.

 

Lui sta là che gira, gira, gira, sul suo pannello girevole, e quando invece di lui c’è il manifesto della Fiera della piccola e media editoria, io aspetto che giri e che torni l’omino. Quando si dicono le priorità.

L’altra cosa che mi aiuta a svegliarmi è fare in modo di avere nelle orecchie Down with the sickness dei Disturbed. Comincio a fare su e giù con la testa tra me e me sparpagliando appena la frangetta mentre aspetto l’autobus che mi porta alla metro. La gente mi guarda strano ma mi serve. Come il cappuccino.

Mi inglobo nel flusso della gente della metropolitana. Prendo il giornale gratuito all’ingresso, cammino veloce, seguo la corrente, guardo le facce e mi lascio guardare.

Domani vado a casa, poi torno, poi rivado, poi ritorno, poi resto. Mi gira la testa solo a pensarci, ma Natale e Capodanno qui da sola no grazie.

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